domenica 19 marzo 2017
La metropoli, al confine con la California, era già allo stremo da mesi per il flusso record di africani e haitiani. Ora si aggiungono gli espulsi dagli Stati Uniti
Si parla con i familiari attraverso la recinzione a Tijuana (Messico), al confine con gli Stati Uniti (LaPresse)

Si parla con i familiari attraverso la recinzione a Tijuana (Messico), al confine con gli Stati Uniti (LaPresse)

La brezza del Pacifico scompiglia le trecce delle bambine haitiane. Sedute sulla terra arida, trascorrono la giornata in un’attesa che non sembra non finire mai. Qui, al confine con gli Usa, il tempo è immobile e l’emergenza una costante. Mai prima d’ora, però, Tijuana era stata tanto affollata. Nell’ultimo anno, in città si sono riversati i migranti dall’Africa Subsahariana, spinti verso l’America dal giro di vite europeo.

Almeno 15mila, secondo i registri della polizia migratoria, con picchi di trecento arrivi al giorno tra ottobre e dicembre. A questi si sono sommati gli haitiani in fuga dalla miseria cronica del Paese più povero d’Occidente. Da quando, lo scorso settembre, Washington ha annunciato la sospensione dei permessi umanitari creati dopo il terribile terremoto del 2010, a migliaia sono rimasti intrappolati alle porte degli Usa. «Non eravamo pronti a un flusso così grande. I migranti, che risalivano il Continente dal Brasile, pensavano di poter passare la frontiera. Non era, però, così facile. Alcuni ce la facevano, altri no. In tanti sono stati rispediti indietro. Si è creato questo punto morto, di stallo, in un territorio già problematico», spiega monsignor Rafael Romo Muñoz, arcivescovo emerito di Tijuana. E la città, con i quasi 2 milioni di abitanti, ha iniziato a soffrire. «Adesso gli haitiani sono diminuiti. Rimangono in un numero gestibile, parliamo di circa 300 persone», spiega il vescovo.

Con l’inizio dell’era Trump, tuttavia, Tijuana è diventata l’epicentro delle deportazioni. I rimpatriati, dopo lunghi periodi negli Usa, non vogliono tornare nelle loro regioni d’origine, spesso distanti migliaia di chilometri dal confine. L’obiettivo è “cruzar” (attraversare la frontiera) di nuovo, per ricongiungersi alle famiglie lasciate dall’altra parte. Così si ammassano qua, in attesa di un’occasione per aggirare il muro. Un problema già drammatico durante l’Amministrazione Obama, in cui le espulsioni hanno raggiunto livelli record. Ora, però, le deportazioni si sommano a un contesto di crisi umanitaria. La situazione, dunque, è esplosiva. Tanto più che l’alta concentrazione di migranti disperati, attira le brame dei narcos. La violenza, attenuata negli ultimi anni, ha già fatto 200 vittime dal primo gennaio.

Le baraccopoli spuntano ovunque. A pochi chilometri si vede la California e la “gemella San Diego”. Dall’altra parte del muro – che qui ebba inizio, nel 1990 – sembra un paradiso. Ma da questa parte, è quasi l’inferno. Su una superficie friabile, a rischio allagamento quando piove tanto, nel Cañón del Alacrán, sorgono le catapecchie degli haitiani. «Una catastrofe annunciata – sottolinea Romo Muñoz – . Abbiamo segnalato tante volte che il terreno era pericoloso perché friabile. Quando le acque crescono a causa delle piogge, è possibile che tutto venga sommerso». Oggi il tempo è caldo, ma non di rado la pioggia può alimentare le acque nere e inondare le casette. Gran parte sorgono sul terreno donato alla chiesa evangelica degli Ambasciatori di Gesù. Il pastore, Gustavo Banda, da tempo, si dedica ai migranti. Per il suo impegno, ha ricevuto insulti al telefono e minacce da chi gli rinfaccia di dover pensare ai poveri messicani invece che gli stranieri. Ma lui continua la missione. Oltre alle chiese cristiane, alla cattolica e all’esercito della Salvezza, sono gli scalabriniani a offrire un pasto caldo con un piatto di fagioli, tortillas di mais, un caffè e un letto caldo ai tanti intrappolati sulla soglia dell’El Dorado americano.

Dato che il ritmo delle espulsioni sta aumentanto – e gli annunci di Donald Trump fanno prevedere un’ulteriore intensificazione nei prossimi mesi –, gli aiuti potrebbero non bastare. Per dare visibilità alla tragedia dei migranti, oggi, nella giornata in cui la Chiesa celebra San Giuseppe, il popolo di Tijuana marcerà in corteo. L’affollata manifestazione – si prevedono almeno 30mila persone – partirà alle 9 dal Toreo, l’antica Plaza de Toros. Ancora prima si muoveranno i migranti dalle loro casette.

È un appuntamento storico per questa comunità. Quest’anno il tema è la difesa della dignità dei profughi. È stato proprio monsignor Romo Muñoz a cominciare questa tradizione, 17 anni fa. «Il tema è sempre stato quello della pace. Un canto alla vita che quest’anno non possiamo che dedicare a chi è qui in cerca di una vita dignitosa passando la frontiera, ma vede sempre più difficile il transito, e non solo a causa del muro».

Mai come stavolta, il corteo sarà “multietnico”: africani, haitiani, messicani, pregheranno e canteranno insieme. Con una sola voce.

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