giovedì 8 novembre 2018
Il presidente vedrà limitate le sue manovre dai democratici che adesso controllano l’Aula In vista uno scontro su confini, muro e sicurezza Altro tema spinoso: la politica energetica
Oltre settemila profughi della Carovana, provenienti dall’America Centrale, sono giunti a Città del Messico: meta finale gli Usa (LaPresse)

Oltre settemila profughi della Carovana, provenienti dall’America Centrale, sono giunti a Città del Messico: meta finale gli Usa (LaPresse)

La prevista sconfitta repubblicana alla Camera dei Rappresentanti azzopperà l’agenda governativa condizionandone d’ora in poi le scelte e mai come in questa circostanza l’abusata espressione «lame duck» si rivela tanto appropriata. I tagli fiscali, per cominciare, che Trump voleva permanenti ma che scadranno nel 2025, dovranno essere rimodellati: meno vantaggi alle imprese e meno deregulation e maggiore equità sociale (e minor rischio collaterale di ingigantire il debito americano e il costo del denaro); difficile se non impossibile proseguire anche nella contestata politica di riforma dell’immigrazione impostata da Trump («L’immigrazione incontrollata è ingiusta verso gli immigrati regolari.

Occorre un muro per fermare i migranti illegali e noi lo costruiremo», mentre fino a ieri con altri proclami instillava la paura sugli immigrati della Carovana diretta verso gli Usa), ma probabile in questo caso uno scontro durissimo, visto che il presidente non è disposto a cedere sulla sicurezza e sulla protezione dei confini. Possibile invece – se non obbligatoria – un’intesa con i democratici su quei capitoli che convengono a entrambi, come le spese per le infrastrutture: un do ut des che convenzionalmente mette il presidente e l’opposizione seduti allo stesso tavolo.

Cosa che non avvenne con l’Obamacare: l’alterigia di Obama, che disponeva della maggioranza al Congresso e volle far votare la sua riforma sanitaria senza discuterla con il Grand Old Party, gli garantì sei anni di tormenti, con una sorda e rocciosa opposizione repubblicana che nel 2013 rinunciò alla propria vendetta soltanto all’ultimo minuto di fronte al default dello Stato federale. Difficilmente Trump, che prima di tutto è un uomo d’affari, cadrà nella medesima trappola.

Ma subito lo attende un altro confronto spinoso: la sua politica energetica, il ricorso al gas naturale con il metodo del fracking, l’autarchia e l’autosufficienza nel settore petrolifero piacciono fino a un certo punto ai dem, che in qualche modo vorranno rimodellarne i contorni. E poi c’è l’impeachment. I democratici lo hanno promesso solennemente in caso di vittoria.

Solo tre presidenti americani finora lo hanno affrontato: Andrew Johnson nel 1868, Richard Nixon nel 1974 e Bill Clinton nel 1999. Altri tre, John Tyler, Herbert Hoover e Harry Truman ne furono solo sfiorati. «Ma dopo l’affare Watergate, la messa in stato d’accusa di un presidente – dice Jeffrey A.Edge, autore di Impeachment, an American History – ha fortemente minato l’unità americana. Ossia, si crede molto meno di un tempo alla rettitudine di un presidente e si è accentuato il livello dello scontro. E conseguentemente anche quello dell’odio». Oggi il 41% degli americani è favorevole all’impeachment nei confronti di Donald Trump: molti di più di quanti non lo fossero nei confronti di Nixon o di Clinton.

È l’addio a quella domestic tranquillity assicurata al popolo nel Preambolo della Costituzione. Il che fa dire alla speaker della Camera Nancy Pelosi che «l’impeachment è invariabilmente divisivo e noi abbiamo prima di ogni cosa la responsabilità di tenere unita la nazione. Ciò non toglie che i dem hanno intenzione di ripristinare i controlli e gli equilibri costituzionali sull’Amministrazione Trump, a cominciare dall’accountability (la possibilità cioè di monitorarne costantemente le azioni, le proprietà, gli interessi economici) del presidente ».

Da domani anche in politica estera Trump dovrà fare i conti con una Camera che disapprova molte delle sue mosse in campo internazionale, dal rapporto ambiguo con Vladimir Putin alle sanzioni all’Iran, dall’alleanza troppo stretta con l’Arabia Saudita (il cui risvolto umanitario nello Yemen indigna tutto il mondo) all’ondivaga politica con la Corea del Nord, fino alla piaga dei dazi internazionali. Un po’ cani da guardia, un po’ partner indispensabili dopo otto anni di cayenna, i democratici cantano vittoria sapendo di non aver trionfato come speravano: l’amara sconfitta di Beto O’Rourke, la grande promessa democratica infrantasi sul filo dei numeri di fronte all’avversario Ted Cruz è forse la più emblematica di un partito che nonostante la bassa popolarità di Trump (quasi il 40 per cento degli americani ha espresso un voto contro di lui, solo il 26% si è pronunciato a favore, mentre il 56% degli americani ritiene comunque che il Paese stia andando nella direzione sbagliata) ha portato al successo centinaia di candidati di ogni etnia e fede senza però riuscire a esprimere un leader all’altezza di affrontare fra due anni le elezioni presidenziali. Perché è quello oramai l’orizzonte verso il quale tutti – si dice con molto sconcerto «perfino Hillary Clinton» – stanno guardando.

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