sabato 8 gennaio 2011
Secondo la canadese Cbc, sarebbero avvenuti scontri tra i ribelli e l'ex milizia autonoma (Spla), che di fatto rappresenta l'esercito nel meridione del Paese africano. Le operazioni di voto si svolgeranno fino al 15 gennaio e i risultati saranno resi noti entro 30 giorni.
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Sangue sul referendum per l'indipendenza del sud del Sudan, al via domenica. Almeno nove persone sono morte, secondo la canadese Cbc, in una serie di scontri tra i ribelli e l'ex milizia autonoma del Sud Sudan (Spla) che di fatto rappresenta l'esercito nel meridione del Paese africano. Le operazioni di voto si svolgeranno fino al 15 gennaio e i risultati saranno resi noti entro 30 giorni.Gli scontri sono avvenuti nella contea di Mayom, nello Stato petrolifero meridionale di Unity. «Sono arrivati dal nord per sabotare il referendum, è un gioco conosciuto, sicuramente vengono da Khartoum», ha spiegato un portavoce della Spla. Sotto accusa per l'attacco la milizia sudista di Gatluak Gai che punterebbe a destabilizzare il Sud con il sostegno di Khartoum. Un convoglio di aiuti Onu che sarebbe dovuto arrivare nella zona è stato fatto rientrare per motivi di sicurezza.Intanto, il presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, ha spiegato che non c'è alternativa a una coesistenza pacifica con il Nord. «Oggi non c'è un ritorno alla guerra, il referendum non è la fine del viaggio, ma l'inizio di uno nuovo», ha affermato Kiir.Il governo regionale ha schierato 60mila tra soldati e poliziotti per garantire la sicurezza del voto. Centinaia di sudanesi del Sud sono scesi per le strade di Juba per festeggiare il «cammino finale verso la libertà», in attesa del referendum che potrebbe determinare la scissione in due parti del più grande Stato africano, con il distacco del Meridione cristiano dal Nord musulmano. Affinché la consultazione referendaria sia valida, occorre che almeno il 60% degli aventi diritto partecipi al voto. Il presidente del comitato referendario, Chan Reed Madut, ha spiegato che imaggiori ostacoli sono l'insicurezza di alcune zone e le difficoltà negli spostamenti.A Khartoum, la diplomazia sta muovendo gli ultimi passi per assicurare un esito pacifico del voto. L'inviato statunitense, Scott Gration, ha tenuto da venerdì una serie di colloqui con esponenti del governo e della commissione referendaria. Sul campo anche l'ex presidente Usa, Jimmy Carter, il cui Centro partecipa al monitoraggio della consultazione, che sarà supervisionata da 104 osservatori ed esperti Ue. Il presidente sudanese, Omar al-Bashir, ha assicurato che Khartum rispettera il risultato del voto «anche se vincerà la secessione», ma in un'intervista ad al Jazira ha detto che il Sud «ha molti problemi e non è pronto per la secessione». A Juba c'è anche George Clooney che, in collaborazione con Google e con l'Università di Harvard, ha lanciato un progetto per monitorare, attraverso il satellite, le violazioni dei diritti umani nel Paese.MONSIGNOR GASSIS: «SI RISCHIANO MILIONI DI PROFUGHI»«Passata l'euforia dell'indipendenza si dovranno poi fare i conti con la dura realtà delle migliaia e migliaia di sud sudanesi che sono rientrati nel Sud e che non hanno nulla. Non vi sono scuole né ospedali né case e manca persino l'acqua potabile», dice a Fides monsignor Macram Max Gassis,vescovo di El Obeid.    «Il movimento di rientro è già iniziato da tempo - spiega monsignor Gassis -. Sono stato due settimane fa nella Contea di Twic nel Nord Bahr El Ghazal, dove secondo quanto mi è stato riferito dalle autorità locali, sono già 50mila i sud sudanesi rientrati. Queste persone vengono scaricate dai camion in mezzo al nulla. Non hanno nemmeno un giaciglio decente per dormire. Vi è solo un punto di distribuzione dell'acqua, mancano reti antizanzare, cibo e medicinali».«Se si pensa che nella sola area di Khartoum, la capitale dell'attuale Sudan unitario, vi sono circa quattro milioni di sud sudanesi che potrebbero rientrare nel Meridione, si comprende che siamo di fronte a una potenziale tragedia umanitaria», aggiunge il Vescovo di El Obeid.In caso di secessione del sud, Mons. Gassis esprime la sua preoccupazione per la sorte della Chiesa nel Nord del Sudan. «Che ne sarà della Chiesa nel Nord, una volta che il Sudan si sarà diviso in uno Stato meridionale animista e cristiano, e in uno Stato settentrionale in gran parte islamico? Temo che i cattolici che vi rimarranno, insieme ai copti ortodossi, rischiano di essere trattati come "protetti" secondo la più rigorosa interpretazione della Sharia, e quindi di essere cittadini di seconda classe, o peggio di diventare vittima di vere e proprie persecuzioni», conclude il vescovo di El Obeid.UN VOTO PER LA LIBERTA'Danzano e sfilano a centinaia per le strade di Juba. Le magliette che indossano mostrano un paio di mani che spezzano le catene della schiavitù, corredate da slogan che inneggiano alla futura libertà. L’alba di un nuovo Stato nel continente africano è solo questione di ore. Perché appare improbabile, per non dire impossibile, che il sogno di un Nuovo Sudan o di una Repubblica del Nilo – questi i nomi più gettonati – venga improvvisamente infranto dopo decenni di attesa. Decenni che non sono serviti ad allentare tensioni e diffidenze tra il Nord e il Sud Sudan, con quest’ultimo che da domani va appunto alle urne a scegliere, con un referendum, per la secessione da Khartum.«Il grande giorno» lo chiamano i sud sudanesi, consapevoli che ora o mai più. Che con un voto o si fa la storia o, simbolicamente, si muore. Morto, già sei anni fa, è colui che più di tutti ha dato per l’indipendenza del suo popolo. John Garang, per due decenni leader dei ribelli sud sudanesi, non ha fatto in tempo a vedere ciò che vedrà il suo amico e successore, Salva Kiir, instancabile nel chiedere ai suoi di andare a votare e diventare così anch’essi, dopo lunghe imposizioni e discriminazioni, «cittadini di prima classe».Affinché la consultazione sia valida occorre un quorum del 60% e i risultati del voto, che durerà una settimana, saranno noti entro 30 giorni. Tempi inevitabilmente lunghi per un territorio vastissimo nel quale le vie di comunicazione sono tutto tranne che una certezza. L’esito appare scontato: la secessione del Sud cristiano e animista, ricco di petrolio ma devastato dalla guerra, è pressoché certa. In questo caso gli 8,5 milioni di sudisti avranno per capitale Juba.La suddivisione delle risorse petrolifere è uno dei principali nodi da sciogliere in vista della scissione dal Nord arabo e musulmano. Con al centro la disputa sulla regione di Abyei, fertile area ricca di pascoli e giacimenti di greggio. Nel 2005 l’accordo di pace pose fine alla più lunga guerra civile d’Africa: due milioni di vittime per un conflitto durato 22 anni. Le intese stabilirono due referendum da tenersi simultaneamente: il primo sull’autodeterminazione del Sud e il secondo sul futuro della regione di Abyei, che il regime di Khartum ha, però, posposto indefinitamente. Di qui la possibilità di nuove tensioni, tenuto conto, in aggiunta, che la demarcazione dei confini della zona è tutt’altro che pacifica. Circa tre quarti del petrolio sudanese proviene da pozzi nel Sud sebbene le infrastrutture siano del Nord, da qui la necessità di stabilire una ripartizione attenta per i 500mila barili di greggio prodotti ogni giorno.I due leader, il presidente Omar el-Bashir e il sudista Kiir, dovranno dunque fare i conti con una transizione dagli esiti imprevedibili. Le preoccupazioni riguardano soprattutto il Nord, la cui situazione – già aggravata dall’inflazione e dai forti debiti con l’estero – potrebbe ricevere profondi contraccolpi dalla secessione e dalla conseguente perdita di parte dei ricavi petroliferi. Da sempre in rapporti tumultuosi con l’Occidente, l’isolamento internazionale di Bashir ha raggiunto l’apice nel 2009 con l’incriminazione per crimini di guerra in Darfur da parte della Corte dell’Aja.Ma anche il cattolico Kiir dovrà fare i conti con la ricostruzione di un territorio carente di infrastrutture e la definizione di un’identità nazionale in grado di riconciliare le 60 diverse tribù locali. Il futuro Stato sarà uno dei più poveri d’Africa, privo di strade, scuole e ospedali. Un Paese in cui ogni bambina ha più probabilità di morire di parto che di finire le elementari.Sul piano internazionale, il leader libico Muhammar Gheddafi ha definito «pericoloso e contagioso» per il continente africano l’eventuale secessione. Una diffidenza che deriva soprattutto dal ruolo degli Usa. Il cui presidente, Barack Obama, ha definito il referendum sudanese una delle «massime priorità del 2011», chiedendo che avvenga in pace. In questo caso, la Casa Bianca ha lasciato intendere che potrebbe ricompensare Khartum con l’alleviamento del debito estero e delle sanzioni economiche, pur essendo il Sudan nella lista degli sponsor del terrorismo. In compenso, un Sud indipendente e cristiano si collocherebbe senza dubbio nella sfera degli alleati di Washington, come ha confermato Kiir. Queste, però, sono speculazioni che riguarderanno il dopo. Qui e ora, invece, la fierezza e la gioia di un popolo che con un voto punta finalmente a scegliere il proprio futuro. Paolo M. Alfieri
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