A 5 anni dall'inizio della guerra. Ecco come resiste la gente di Aleppo


Susan Dabbous domenica 13 marzo 2016
5 anni fa lo scoppio della guerra in Siria. Reportage dalla città martire di Susan Dabbous. DOSSIER CARITAS COME SI PUO' AIUTARE | PADRE PIZZABALLA «La scelta di noi francescani: restare»
Ecco come resiste la gente di Aleppo
C’è chi scava tunnel, chi fa provviste e chi va trovare parenti dall’altro lato della città. L’acqua pulita ha ricominciato a uscire dai rubinetti e la corrente elettrica funziona 18 ore al giorno. Non si sa quanto durerà il cessate il fuoco ad Aleppo, ma di una cosa sembrano tutti certi: la guerra non è finita. Per questo, spiega Mohammed, 22 anni, affiliato al gruppo armato Katib Thawar al-Sham, «andiamo al fronte a scavare tunnel per proteggerci in vista della ripresa dei combattimenti». La verità che nessuno vuole ammettere è che se la guerra dovesse finire davvero, adesso, migliaia di giovani come Mohammed si troverebbero senza lavoro. Perché per imbracciare un Kalashnikov e pattugliare postazioni più o meno pericolose si riceve un salario di circa 200 dollari al mese e pasti assicurati due volte al giorno. Katib Thawar al-Sham è solo una delle migliaia di brigate che si sono formate durante la guerra che si appresta ormai al suo quinto anniversario. I finanziatori di questa galassia di katibe (brigate) per Mohammed sono dei «benefattori» del Golfo che chiedono di sparare in loro nome. «Tutto è cominciato il 15 marzo del 2011» ricorda Maher al-Fateh commerciante della zona popolare di al-Shaar sotto controllo dei ribelli. «Le manifestazioni anti Bashar al-Assad (al potere dal 2000) sono iniziate a Damasco, ma solo a Homs hanno trovato il supporto di centinaia di migliaia di persone». Homs, dove forte e storica era l’opposizione al padre di Bashar (Hafez Assad). Ad Aleppo invece le proteste non trovarono nessun terreno fertile. «Ci accusavano di essere cinici – riprende Maher – perché ignoravamo i nostri fratelli che ogni venerdì sfidavano i carri armati e i cecchini del regime per chiedere le dimissioni del presidente ». Il sogno era quello di un governo pluralista, pluriconfessionale e meritocratico, che avrebbe dileguato un regime di stampo mafioso, basato su corruzione e nepotismo.«Noi di Aleppo siamo gente pratica abituata al lavoro in fabbrica e al commercio. Sapevamo che la guerra non sarebbe stata una cosa buona per gli affari». Il supporto alla rivolta, ad Aleppo, è poi arrivato, non dalla classe media, però, ma da una consistente fetta di popolazione urbana povera e fortemente influenzata dai salafiti. Frange estremiste che predicano un islam fondamentalista basato sul concetto di uguaglianza. Oggi la città si è svuotata di un terzo dei suoi abitanti. «Chiunque avesse due lire in tasca le ha usate per scappare via», esclama con amarezza Amira, madre di sei bambini, che ora si trova in un mercato pieno di ogni ben di Dio senza poter comprare quasi niente. C’è una cosa che non sorprende in questa città sulla via della Seta che pratica il commercio da 7.000 anni: 24 ore dopo lo stop delle bombe, le strade si sono riempite di pomodori rossi maturi, agnelli appena macellati agganciati ad uncini di metallo, e dolci fritti al miele. In alcune strade si alternano insegne di ristoranti con immagini di carne allo spiedo a cartelli che pubblicizzano bombe a mano e fucili automatici. Kebab e Kalashnikov. È la triste istantanea dell’Aleppo sotto controllo dei ribelli in zone come al-Shaar, al-Massar, Salaheddin, al-Ansari. Amira fa i conti con un marito disoccupato che ha perso il suo lavoro in fabbrica durante la guerra e dei bambini a casa, la loro scuola è diventata rifugio per migliaia di sfollati. Il sollievo per donne come Amira, oggi, è fare visita ai parenti in zone prima irraggiungibili. Ma anche avere acqua per lavarsi, corrente in abbondanza per stirare e guardare un po’ di televisione. Prima del cessate il fuoco la corrente era un bene ormai privatizzato, altamente inquinante, in mano ai padroncini dei generatori che si sono arricchiti grazie agli inverni gelidi di Aleppo. «Ci sono due generatori per ogni strada – racconta Amira –. Il costo è di 5 dollari per ampere, ogni giorno ci servivano 5 ampere per far funzionare una stufetta piccola». Se si pensa che questo è stato l’unico modo di dare corrente elettrica a due milioni e mezzo di abitanti, il business è da capogiro. Soldi evidentemente finiti nelle tasche di entrambi: regime e opposizione, visti i continui contatti tra soldati di Assad e ribelli nel commercio illegale del diesel.Per il futuro le previsioni non sono affatto positive. La percezione da parte dei siriani è che tutte le potenze mondiali stanno giocando sporco sulla loro pelle. «Bisogna imporre la pace e ricostruire un futuro per questa città – è l’esortazione del fondatore della comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi, che nel 2014 ha lanciato la campagna #SaveAleppo per aprire corridoi umanitari. Storico crocevia per tanti popoli e «luogo di millenaria coabitazione fra musulmani e cristiani». Aleppo, dopo la devastazione, potrebbe tornare ad essere il miglior esempio mediorientale di coesistenza tra le religioni. Una speranza che non può morire.
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