martedì 3 luglio 2018
Prima i trasferimenti si concentravano su Usa e Ue. Dal 2009, la crisi e le crescenti barriere legali hanno fatto crescere i flussi all'interno della regione. Il Cile è il grande catalizzatore
Non c'è solo il muro: in Usa e nell'Ue sono cresciute le barriere legali anti-migranti

Non c'è solo il muro: in Usa e nell'Ue sono cresciute le barriere legali anti-migranti

"Non vidi se non il cammino", scriveva Pablo Neruda. È da sempre un Continente “mobile” l’America Latina. Non sorprende, dunque, che, secondo la Comisión económica para América Latina y el Caribe (Cepal), trenta milioni di cittadini della regione vivano fuori dal proprio Paese d’origine. Quasi il cinque per cento dei circa 650 milioni di abitanti. Solo per fare una comparazione, gli africani “fuori sede” sono 33 milioni, su un totale, però, di oltre un miliardo di persone.Se, fino a un decennio fa, a intercettare i flussi erano soprattutto l’El Dorado Usa e il suo corrispettivo europeo, ora il “sogno americano” viene realizzato a Sud del Rio Bravo. A partire dal 2009, la migrazione all’interno della regione ha cominciato a crescere, aumentando del 39 per cento in un triennio. E, da allora, l’incremento prosegue, al ritmo del 3 per cento in più all’anno. Vari fattori hanno pesato sull’inversione di tendenza. La causa scatenante è stata la grande recessione che ha dissestato in successione le economie degli States e del Vecchio Continente. A questo si è sommato il boom dei prezzi internazionali delle materie prime, motore del miracolo in varie nazioni latinoamericane. Brasile, Argentina e, in misura crescente, Cile si sono trasformati in poli di attrazione ben più allettanti della Spagna o della Florida. Di recente, a sostenere gli spostamenti interni a dispetto di quelli extra-regionali, sono le barriere sempre più strette imposte dal Nord. In particolare, il muro – per il momento di tipo legale – eretto da Donald Trump lungo la Linea, la frontiera di 3.200 chilometri che separa il Nord e il Sud dell’America e del mondo.

Un Continente, tre esodi differenti

«In realtà non c’è un’unica migrazione latinoamericana, bensì tre flussi, differenti per tipo di spinte espulsive, direzione e destinazione», spiega Jorge Martínez Pizarro, esperto della sezione popolazione della Cepal. La mobilità circolare – cioè all’interno dello spazio compreso tra il Messico e la Terra del Fuoco – riguarda soprattutto il Sud della regione, sia per quanto riguarda Paesi di partenza sia per ciò che concerne le destinazioni. Si tratta in parte di una migrazione storica, come quella dei paraguayani in Argentina. In parte di nuovi flussi, come gli haitiani verso il Cile e il Brasile. In entrambi i casi, chi si muove lo fa per ragioni economiche. «Il dato interessante è che, a differenza di Europa e Usa, stanno provando a gestire tali spostamenti e non a bloccarli. Ciò non significa che non ci siano tensioni o pregiudizi razziali. I Paesi latinoamericani sono, però, abituati a ricevere e integrare gli stranieri», afferma José Moya del Barnard College di New York. Il Cile è il grande catalizzatore delle nuove direttrici. Tra il 2007 e il 2015, l’immigrazione nel Paese è cresciuta del 143 per cento, il tasso più alto del Continente. Negli ultimi anni il ritmo si è ulteriormente incrementato con per l’arrivo di venezuelani e, soprattutto, haitiani, per cui s’è chiusa la via del Nord, con la stretta sui permessi umanitari negli Usa, già ai tempi dell’Amministrazione di Barack Obama. Centomila di questi si sono trasferiti nel Paese australe nel solo 2017. Si parla ormai di un milione di stranieri, di cui un terzo irregolari, il 6 per cento della popolazione. «L’altro flusso latinoamericano riguarda il Messico e, soprattutto, il cosiddetto “Triangolo Nord”, ovvero El Salvador, Honduras e Guatemala. In questo caso, si tratta di persone che scappano da situazioni di violenza estrema e si dirigono, in maggioranza, verso gli Stati Uniti. Le politiche di Donald Trump non possono fermarle poiché non sono migranti economici ma esseri umani in fuga dai narcos. Anche se, le restrizioni spingono tanti a dirigersi nei Paesi vicini, in primis il Costa Rica», aggiunge Pizarro Martínez. In quest’ultima nazione, nel giro di quattro anni, si sono quintuplicate le richieste di asilo da parte dei centroamericani, raggiungendo quota 2.079. Nel 2018, se il giro di vite di Trump continuerà, potrebbero diventare 14mila, secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati. Altri 3mila hanno fatto domanda in Belize e ventimila – del mezzo milione che annualmente lo attraversa per raggiungere la Linea – potrebbero fermarsi il Messico. Un paradosso dato che quest’ultimo è dilaniato dalla narcoguerra. È stata quest’ultima a far riprendere l’emigrazione messicana verso “El Norte”, che dopo che si era quasi. Il fattore violenza - e il terrore del reclutamento forzato da parte delle bande del narcotraffico - spiega anche perché quasi un terzo dei migranti messicani e centroamericani siano minori, adolescenti e ragazzi sotto i vent’anni. Il terzo esodo è quello dei venezuelani. Si tratta di un fenomeno ambiguo, sia per ragioni – insieme economiche e politiche –, sia per direzione, in parte dentro e in parte fuori dalla regione – conclude Martínez Pizarro –. Nonché nuovo. Dal 2015 s’è invertita la rotta. E il Venezuela, fino a poco prima tra le mete preferite dei latinoamericani in cerca di lavoro, è diventato terra di emigrazione.<+RIPRODUZ_RIS>

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