domenica 6 novembre 2016
I successi e le ombre del primo presidente nero
Sogni e promesse (mancate). Il mondo che lascia Obama

Da «Yes we can», (sì, ce la possiamo fare) a «Ci abbiamo provato». Quando Barack Obama fu eletto nel 2008, si impegnò a elevarsi sopra la mischia politica e ad abbracciare uno spirito di collaborazione bipartisan per “cambiare” il Paese. A pensarci adesso, suona come uno scherzo amaro. Nel corso dei suoi due mandati le tensioni fra democratici e repubblicani in Congresso hanno trascinato più di una volta gli Stati Uniti sull’orlo del default. A un certo punto la Camera dei rappresentanti, sotto guida repubblicana, ha persino paralizzato il governo per imporre al presente un dietrofront legislativo. Raramente Washington – e gli Stati Uniti – sono stati polarizzati come durante gli ultimi otto anni. Obama invece di un pacificatore si è rivelato un parafulmine di divisioni ideologiche. Alcuni analisti hanno letto la paralisi fra conservatori e progressisti in chiave razziale: parte della destra non ha mai accettato di avere un presidente nero.

Altri sostengono che Obama è diventato il simbolo del declino degli americani bianchi, che vedono la sua presenza come una minaccia e un’umiliazione. Trump, in molti modi, è la loro risposta. Sicuramente c’è del vero.
Ma Obama ha deluso molti dei suoi sostenitori non solo per colpa del fuoco di sbarramento repubblicano. Alla fine del suo primo mandato nel 2012 fra gli elettori che avevano votato per il cambiamento si era già diffusa la sensazione che l’ex senatore dell’Illinois non avesse fatto abbastanza, che avesse ceduto ai suoi avversari troppo facilmente. Di conseguenza, il primo inquilino nero della Casa Bianca portò il suo partito a una delle più pesanti sconfitte di medio termine della storia.


Dopo quattro anni, il candidato eletto in nome della speranza, doveva già giustificare una serie di promesse incompiute e molte lo restano a tutt’oggi, e passano come problemi insoluti al suo successore, a partire dalla riforma dell’immigrazione e la riduzione della povertà fino al dialogo in Medio Oriente e alla chiusura di Guantanamo.


Obama in realtà ha anche chiuso, o dato una svolta decisa, a una serie di annosi e complicati dossier. Ha ritirato i soldati Usa dall’Iraq (dove però in seguito ne ha mandati altri e ha ripreso i bombardamenti), ha riallacciato i rapporti diplomatici con Cuba, ha quasi neutralizzato al-Qaeda (facendo uccidere, fra gli altri, Osama Benladen), ha raggiunto un accordo nucleare con l’Iran e ha migliorato la reputazione degli Usa nel mondo, danneggiata dall’era Bush. Venti milioni di adulti non assicurati godono ora di copertura sanitaria grazie alla riforma della sanità nota come Obamacare. Il tasso di disoccupazione è sceso dal 7,8% al 4,9%. Il presidente democratico ha anche sospeso a tempo indeterminato la deportazione dei genitori senza documenti di cittadini americani o residenti legali, e ha ampliato la protezione legale dei minori che sono entrati illegalmente nel Paese. I suoi incentivi fiscali hanno fatto triplicare la produzione elettrica eolica e solare e salvato l’industria automobilistica.

E Obama si è espresso con forza a favore del controllo delle armi, anche se non ha ottenuto dal Congresso concreti passi avanti sulla limitazione delle loro vendite. Ma il candidato che aveva promesso di archiviare le guerre del suo predecessore ha anche intensificato la campagna in Afghanistan, inviando ancora più truppe (vi restano 8400 militari Usa) e ha moltiplicato per sette volte gli attacchi dei droni in Pakistan, Yemen, Somalia e altrove, causando 3000 morti. Il presidente che ha protetto alcune categorie di migranti ne ha deportati più di qualsiasi altro nella storia degli Stati Uniti. Il commander in chief che ha detto no alla tortura e alla detenzione illimitata di sospetti terroristi ha autorizzato l’esecuzione sommaria, all’estero, di cittadini americani sospettati di estremismo.

In Siria, ha disegnato una “linea rossa nella sabbia” e poi sostenuto di non averlo fatto, ha promesso che non avrebbe schierato soldati e poi l’ha fatto. Sul fronte interno, Obama, che voleva tassare i ricchi per aiutare la classe media, ha visto la disparità di reddito crescere e ora lascia al futuro presidente la crescita economica annua più lenta da quando gli Stati Uniti compilano statistiche affidabili. Incompiuti restano anche i due accordi commerciali che Obama aveva voluto come pietra angolare della sua eredità economica – la Trans-Pacific Partnership e il partenariato americano-europeo sul commercio transatlantico – che, al momento, sembrano condannati a morte sicura, poiché né Trump né Clinton li sostengono nella loro forma attuale. Persino l’elemento per il quale Obama sarà ricordato in primis – quello razziale – ha visto pochi progressi. Il divario di ricchezza tra americani bianchi e neri è cresciuto, così come la disoccupazione e la povertà degli afroamericani. Nonostante Obama abbia nominato un numero senza precedenti di giudici neri e liberato diverse migliaia di carcerati per crimini non violenti, lascerà Washington durante un periodo di tensione razziale estrema.


Spetterà alla storia giudicare la portata dell’eredità politica e culturale di Barack Hussein Obama. Ma un elemento è chiaro fin d’ora. Il “cambiamento” che aveva promesso è stato più simbolico che di sostanza. Il primo uomo dalla pelle scura allo Studio ovale ha cambiato la percezione di sé di molti ragazzini afroamericani e ha alimentato il sogno americano che «tutto è possibile». Ma ha dimostrato anche che spesso non lo è, neanche per l’uomo più potente della Terra.

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