martedì 2 agosto 2011
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«Il regime di Assad ha perso credibilità, ma non il controllo. Quindi non rischia di cedere a meno che non si verifichino due condizioni: se i Paesi della regione - in particolare Turchia, Iran e paesi arabi vicini - lo abbandoneranno, e quando città importanti come come Aleppo e Damasco si uniranno completamente alla rivolta». Non vede vicina la fine di Bashar al-Assad, Lamis Andoni, analista ed editorialista di al-Jazeera. Araba cristiana, la Andoni è nata a Betlemme e vive nella capitale giordana, Amman. Ma una parte della responsabilità sull’esito di questa crisi mediorientale la dà all’Occidente: «Gli Stati Uniti e l’Europa non sono stati abbastanza chiari su ciò che vogliono. Non sono sicuri se e soprattutto quanto saranno in grado di influenzare un nuovo regime. Questo è il motivo per cui sono riluttanti. Certo, gli Stati Uniti non sono mai stati molto vicini alla Siria, ma il regime ha collaborato con loro, nella guerra contro il terrorismo, per tenere Israele al riparo».L’Occidente continua a chiamare "primavere arabe" tutte le rivoluzioni del Medio Oriente. Rispetto a Egitto e Tunisia prevalgono le analogie o le differenze?«In tutti questi tre Paesi arabi c’è un vero e proprio movimento popolare contro il regime dittatoriale. Ma in Siria  la reazione del governo è stata quella di cercare di schiacciare il movimento fin dal suo inizio. La reazione qui è stata più feroce sia perché l’esercito fa parte del clan dominante, sia perché in Siria ci sono centri che continuano a sostenere il regime o che hanno paura dell’alternativa di regime. Damasco e Aleppo, le città dove il regime è forte, non hanno aderito alla rivolta. Inoltre, molti siriani hanno paura di una deriva islamista a un regime come questo che, comunque sia, è laico. Ci sono anche forze esterne - pensiamo all’Arabia Saudita e al Qatar - che possono influenzare il corso della rivolta. La popolazione crede che questi due Paesi sostengano i Fratelli Musulmani e perfino i salafiti. Ma i Fratelli Musulmani, alcuni nel timore dell’opposizione laica, sarebbero anche pronti a fare un accordo con gli Stati Uniti. La situazione, quindi, non è per niente fluida e l’opposizione è spaccata».La rivoluzione siriana non ha giornalisti per testimoni. Le notizie che circolano provengono solo dalle fonti dell’attivismo. Ma quanto ci si può fidare?«La brutalità del regime è evidente. Tuttavia sono certa che ci saranno storie che non potranno mai essere confermate. Nononostante questo, tra gli attivisti siriani ci sono persone che hanno acquistato credibilità nel tempo. Di solito i media del Medio Oriente si appellano a loro».Ad Amman, dove lei vive, come la popolazione giordana commenta le notizie provenienti dal Paese vicino?«I giordani sono molto coinvolti da ciò che accade in Siria. La maggior parte di loro sostengono la rivolta siriana. Ma l’opposizione in Giordania è profondamente divisa sulla Siria. Alcuni esponenti arabi dell’opposizione nazionalista e molti scrittori continuano a sostenere il regime di Assad perchè lo vedono alleato della resistenza palestinese e libanese contro Israele».Lei è un’araba cristiana. Qual è la posizione degli arabi cristiani verso Assad, adesso? Se la Siria rifiuterà di tenersi Assad al governo che ne sarà di loro?«Non c’è un’unica posizione da parte degli arabi cristiani. Alcune importanti personalità cristiane sostengono  la rivolta. Ma ci sono famiglie cristiane che hanno paura della possibile caduta del regime, del cambiamento. La posizione filo-Assad non è comunque prevalente».
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