giovedì 14 aprile 2022
Chilometri e chilometri attraversando i check point russi. La paura di essere uccisi, sequestrati e fatti sparire. Le parole di Simonov ricordano l'orrore della guerra.
Persone in fuga da Mariupol

Persone in fuga da Mariupol - Foto Ansa

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In fila, uno dietro l'altro, senza valigie e bagagli. Una marcia di chilometri e chilometri, attraversando i check point russi. I soldati di Mosca che controllano tatuaggi, telefonini, mani: "Siete soldati ucraini, nazisti della brigata Azov?". La paura di essere uccisi, sequestrati, fatti sparire. Poi il posto di blocco dell'esercito ucraino, la salvezza. Dove "ognuno ha potuto prendere la sua strada".

Oleksiy Simonov racconta l'odissea delle 117 persone che lui ha aiutato a fuggire e mettersi in salvo dalle macerie di Mariupol. Lo chiamano già lo Schindler ucraino, ma Simonov pensa a chi è rimasto sotto i colpi dell'artiglieria russa: "Penso a come aiutare quella gente a fuggire da quell'inferno". Le sue parole ricordano l'orrore della guerra, pochi giorni prima del bombardamento del teatro di Mariupol.

"Avevo trovato riparo con altre 280 persone, tra cui molti bambini, in un rifugio che è stato bombardato per quattro giorni consecutivi". La vita è durissima e bisogna sacrificarsi per sopravvivere: "Raccoglievamo l'acqua all'esterno, accendevamo fuochi all'interno per cucinare e comunicavamo con il passaparola perché le linee telefoniche sono interrotte", dice Simonov.

La situazione precipita giorno dopo giorno. I colpi di artiglieria russi si fanno più intensi, scarseggiano cibo e acqua, nei sotterranei si vocifera dell'arrivo dei "criminali di guerra" ceceni in città. Il 10 marzo Simonov decide che è arrivato il momento di andarsene, e vuole radunare quante più persone possibile. Passa persino dal Teatro di Mariupol, dove si nascondevano almeno 250 persone.

Sono però 100 le persone che decidono di seguirlo. Ottanta alla fine, perché "gli altri venti hanno avuto paura". Si attende che la temperatura salga, perché fuori fa freddo. "Poi un ultimo sguardo fuori e via. Siamo usciti dal rifugio", racconta Simonov.

Veloce, disciplinato e in fila il gruppo attraversa Mariupol. Dai rifugi si uniscono via via altre 37 persone. Poi il primo check point russo. Il gruppo si divide, qualcuno crede alla propaganda e decide di andare verso la parte russa. "Abbiamo visto i bus sequestrati dagli occupanti e utilizzati per deportare la nostra gente". La maggioranza del gruppo però rimane unita, si riversa al centro dell'autostrada e decide di attraversare a piedi il chek point, lasciando in terra valigie e bagagli. "Gatti e cani nessuno li ha voluti abbandonare", ricorda Simonov.

Poi un lungo e travagliato viaggio prima a Manush, poi a Komyshuvate, infine a Zaporzhizia. In mezzo una ventina di check point russi con i soldati di Putin e i miliziani delle Repubbliche del Donbass a caccia di nazisti e di pretesti per sparare. "Abbiamo assistito con i nostri occhi alla crudeltà di quella gente, volevano capire se avevamo combattuto anche dai segni impressi sui nostri corpi", ricorda lo Schindler ucraino. Ma alla fine i 117 ce la fanno, attraversano la zona ucraina e ciascuno può scegliere in libertà dove andare a piantare la sua tende nell'ovest del Paese. "Io sono a Ternopil", dice Simonov, pensando però a un modo per salvare chi ha avuto paura di partire.

La storia di Simonov non è l'unica in cui la figura di Oskar Schindler, l'imprenditore che aiutò più di mille ebrei a salvarsi dalla Shoah, viene evocata a proposito del conflitto ucraino. Ricordate Oliwia Dabrowska? E' la bambina con il cappotto rosso del film Schindler List e da inizio marzo sta aiutando i rifugiati ucraini che arrivano in Polonia. L'icona cinematografica, all'epoca bambina, ha adesso trentadue anni e ha spiegato le ragioni del suo gesto: "La situazione è drammatica e ho avuto paura. Ma questo mi ha motivato di più a venire qui, perché la situazione è drammatica", ha detto Dabrowska.



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