venerdì 9 agosto 2013
Intelligence e diplomazia al lavoro per liberare l'inviato de “La Stampa”, si respira un cauto ottimismo: «In corso un negoziato da tempo». Nessuna novità per padre Dall'Oglio, i sequestratori farebbero parte di una filiale di al-Qaeda. Mar Musa: «Preghiamo per lui».
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Non va oltre il cauto ottimismo. Ma sulla situazione dell’inviato de La Stampa Domenico Quirico, rapito il 9 aprile in Siria, il direttore del Dis (Dipartimento informazioni per la sicurezza) Giampiero Massolo – ascoltato dal Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica – sottolinea: la trattativa per la sua liberazione è stata avviata e non ci sarebbe alcun interesse da parte dei sequestratori a provocare un peggioramento dell’attuale condizione. I contatti ci sono già da tempo: Quirico sarebbe in mano ad un gruppo riconducibile alla criminalità ordinaria. Il gruppo che ha rapito Quirico, dice una fonte d’intelligence alla Reuters, come «più criminale che politico». Ancora: «I contatti ci sono e anche abbastanza buoni...Si sa chi ce l’ha in mano e che ci sono i margini per portarlo via, ma la Siria non è un posto facile e c’è bisogno della necessaria serenità per lavorare». Diversa, invece, la vicenda di padre Paolo Dall’Oglio, scomparso nel nord della Siria il 28 luglio. L’opinione dei servizi italiani, ormai, è che il gesuita sia stato rapito da una filiale locale di al-Qaeda chiamata Emirato di Tal al-Abiad. Ma l’intelligence sta ancora cercando un contatto, in collaborazione con gli 007 siriani e anche i servizi alleati. Sabato 27 luglio padre Dall’Oglio ha inviato una mail alla sua famiglia dalla città settentrionale di Raqqa. Era l’ultima volta che l’hanno sentito. Da quel momento, il silenzio. Il sequestro sarebbe avvenuto tra domenica e lunedì, mentre era in viaggio verso una località sconosciuta lungo il fiume Eufrate. Degli attivisti che lo avrebbero accompagnato dalla Turchia in Siria sostengono che il gesuita doveva negoziare il rilascio di alcuni ostaggi e una tregua per i combattimenti fra jihadisti e milizie curde. La comunità monastica di Mar Musa, a nord di Damasco, «spera» di avere notizie su padre Paolo «dopo la fine del ramadan»: «Stiamo pregando per lui». La vice ministro degli Esteri Marta Dassù ha comunque sottolineato che «non ci sono ancora rivendicazioni ufficiali». Mentre l’Italia segue con apprensione qualsiasi novità sui sequestrati, in Siria esplode un giallo su un tentativo di attacco contro il presidente. I ribelli assicurano di aver sparato dei «razzi» (o «con l’artiglieria», a seconda delle versioni) contro il convoglio motorizzato di Bashar al-Assad, diretto alla moschea di Anas bin Malek, nel cuore di Damasco, per la fine del ramadan. Il regime smentisce seccamente: «La notizia è completamente falsa», ribatte il ministero dell’Informazione. Che aggiunge: «Il presidente ha guidato di persona la sua auto, ha presenziato alla funzione e ha salutato i fedeli». La tv di Stato ha trasmesso immagini di Assad in preghiera alla moschea, apparentemente tranquillo. Ma i ribelli rivendicano il presunto agguato, anche se fallito: «L’attacco ha fatto scricchiolare il regime, anche se Assad non è stato colpito» dice Firas al-Bitar, comandante della Brigata Tahrir al-Sham, una delle sigle insurrezionali jihadiste che avrebbero partecipato all’operazione. «C’erano due colonne di veicoli, una con Assad a bordo e l’altra che fungeva da civetta. Noi abbiamo preso di mira quella giusta» dice Bitar. Nessuna conferma. Ma se fosse vero, sarebbe un duro colpo per l’immagine vittoriosa e inattaccabile che Assad cerca di trasmettere al suo esercito, alla popolazione, alla comunità internazionale. Nel solo mese di ramadan sono state uccise 4.420 persone, di cui 1.386 civili e 302 bambini, denuncia l’Osservatorio siriano dei diritti umani.
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