venerdì 2 luglio 2021
La denuncia di Open Doors: le campagne di disinformazione via social sono diventate strumento di persecuzione delle minoranze. Con la «complicità» del governo nazionalista
Le bugie armano le mani degli estremisti: così si perseguitano i cristiani
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Tra le molte emergenze dell’India, poche sono così invisibili come la costante pressione sulle minoranze religiose. Un fenomeno che in parte è espressione di un ampio movimento discriminatorio verso i gruppi tradizionalmente emarginati, in parte è manifestazione del nazionalismo “di governo”. L’esecutivo di Narendra Modi s’è fatto promotore dell’induizzazione del Paese, storicamente multireligioso e multietnico. «Ad ogni costo», perché dove non arrivano la coercizione diretta o la minaccia della violenza, giungono propaganda e menzogne.

“Bugie distruttive”, come quelle che danno il titolo all’ultimo rapporto di Porte Aperte/Open Doors che vuole far luce su «disinformazione, incitamento alla violenza e alla discriminazione contro le minoranze religiose in India». Basato su una ricerca sul campo condotta tra febbraio e marzo da un gruppo di studiosi della London School of Economics, il rapporto diffuso ieri include dati e testimonianze raccolti in diverse località della nazione che raccontano episodi di violenza anticristiana o antiislamica.

«In tutta l’India, i cristiani vivono in uno stato di costante paura» come conseguenza di «una sistematica campagna di molestie, violenze, stupri e omicidi», si legge nel documento. Esemplari i casi proposti, individuati in aree particolarmente interessate dalla pressione induista. Tra questi la giovane Sunita, che nelle campagne del Madhya Pradesh ha dato alla luce un bambino già morto dopo l’aggressione subita da un gruppo di estremisti indù; il bracciante Ravi, cristiano di etnia Oraon, morto in cella per le conseguenze delle violenze subite nel Jharkhand e nell’Orissa, l’aborigeno Gagan che ha subito con tutta la famiglia, unica battezzata di tre villaggio limitrofi, l’agguato di centinaia di facinorosi. Segnali di una verità scomoda nascosta sotto le politiche ufficiali.

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«La vita quotidiana per molte comunità cristiane e musulmane è diventata una straziante battaglia per guadagnarsi da vivere e praticare la propria fede», sottolinea il rapporto, da cui emerge un drammatico peggioramento del rispetto delle libertà civili e religiose nella più grande democrazia del mondo. «In India è in atto una costante opera di disinformazione e propaganda anticristiana e contro altre minoranze religiose (tra cui i musulmani, specifica Porte Aperte/Open Doors) che si avvale di molti strumenti ma che ora ha un veicolo di primo piano nei mass-media e nei social media». Attacchi «ignorati o perfino condonati dalle autorità, inclusi governi statali e regionali, polizia e media» per non inimicarsi le potenti organizzazioni induiste che di fatto sono sponsor del governo nazionalista, a cui garantiscono un bacino di voti necessari.

In cambio, l’esecutivo garantisce loro una sorta di immunità nelle campagna di “riconversione all’induismo” degli esponenti di altre fedi. Secondo uno degli autori del report, «la misura in cui gli attori statali sono complici della violenza è scioccante. Burocrati, poliziotti, giudici di tribunali di livello inferiore sono spesso apertamente collusi nella discriminazione. E politici, massimi leader religiosi e potenti proprietari di media stanno dando segnali molto evidenti che questo comportamento è opportuno». Tra bugie e paura, la narrativa della discriminazione risulta quasi sempre unilaterale.

«I principali media che riportano questi attacchi ripetono letteralmente i resoconti dei colpevoli, rifiutandosi di parlare con le vittime» e così diventano strumentali nel perpetuare violenze e discriminazioni. Un esempio sono le accuse rivolte ai cristiani di avere deliberatamente diffuso tra gli indù il Covid-19. O l’incarcerazione di padre Stan Swany, gesuita 84enne, accusato di «terrorismo» per la sua difesa delle minoranze Adivasi dagli abusi delle grandi aziende nel Jharkhand. Arrestato l’8 ottobre scorso, il sacerdote è stato recluso nella prigione di Taloja, a Mumbai, fino al 27 maggio, quando ha dovuto essere ricoverato in ospedali in gravissime condizioni dopo aver preso il coronavirus.

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