Il caso. Pakistan, l'ora del verdetto per Asia Bibi


Stefano Vecchia sabato 8 ottobre 2016
Giovedì inizia alla Corte Suprema pachistana l'udienza-chiave perché la donna cristiana, accusata ingiustamente di blasfemia, sfugga al patibolo.
Pakistan, l'ora del verdetto per Asia Bibi
Temono per la loro vita perché «figlie di una bestemmiatrice», la cattolica Asia Bibi condannata a morte per blasfemia, incarcerata da 2.665 giorni e in attesa di un sentenza della Corte Suprema che giovedì 13 ottobre potrebbe confermare il patibolo o deciderne l’innocenza. Esham e Esha vivono nella paura, costrette a nascondersi in un luogo diverso dal villaggio di Ittanwali, nella provincia del Punjab, dove sono cresciute prima che la madre venisse accusata da vicine di casa e arrestata nel giugno 2009. Restano tese e timorose davanti alla possibilità persistente di rappresaglia se qualcuno venisse a conoscere la loro vera identità. Le ragazze, come riporta la blogger Madeeha Bakhsh sul sito d’informazione Christians in Pakistan, sono state provate dall’attesa snervante degli ultimi mesi, da quando è stata annunciato che la Corte Suprema – l’ultima istanza che esaminerà il caso – ha accolto l’appello della madre e che si avvicinava la fine di un lungo tunnel che ha segnato questa povera ma operosa famiglia di battezzati. A poche ore dall’udienza, la speranza di una cancellazione della sentenza di morte è forte, ma ancor più lo è l’attesa di potere riabbracciare la madre finalmente libera e possibilmente assolta. A restituire alla famiglia un po’ di speranza è stata l’esperienza di incontro dello scorso anno in Vaticano con papa Francesco, di cui la 18enne Esham dice di non ricordare molto per l’emozione, salvo che il pontefice «ha pregato per il rilascio di mia madre». Resta fiducioso anche Joseph Nadeem, tutore della famiglia della donna: «Si tratta di un momento decisivo in cui si richiede la preghiera costante di tutti i cristiani e di tutti gli uomini di buona volontà, perché Asia sia liberata», ha detto all’agenzia AsiaNews. Mentre il caso sarà presentato alla Corte dall’avvocato musulmano Saiful Malook, legale ufficiale di Asia Bibi, che «nutre buone speranze», notando «i difetti in diritto e le prove che, nel merito, dimostrano l’innocenza della donna».  Una speranza caduta invece per un altro cristiano, Pervaiz Masih, che è stato condannato qualche giorno fa a 29 anni di carcere da un tribunale speciale anti-terrorismo per il presunto coinvolgimento nell’aggressione a un poliziotto nel ghetto cristiano di Faisalabad, grande città del Punjab. Secondo gli attivisti che seguono il caso, le accuse sono state in realtà inventate. Solo lui, un bracciante analfabeta, è finito sotto processo e condannato, mentre altri sei presunti complici sono stati rilasciati. Una giustizia negata spesso alle donne cristiane rapite a scopo sessuale o costrette a nozze dopo una conversione estorta. Come per la vicenda della 50enne  Bashira Bibi perseguitata dai datori di lavoro che ne pretendevano la conversione e che, non riuscendo a ottenerla hanno perseguitato le figlie, costringendone una, 30enne, al matrimonio e altre a sfuggire per non rischiare la violenza. Oppure come nel caso della figlia 17enne di una famiglia di lavoratori in stato di semi-schiavitù in una fornace di mattoni di Kasur, ancora nel Punjab, pure perseguitata perché rifiutava la conversione. Il 15 settembre un gruppo di individui è entrato nella casa di fango in cui viveva la famiglia e con intimidazioni e bastonate ha cercato di forzarla alla conversione senza però riuscirci. A questo punto, hanno legato tutti i membri della famiglia e hanno portato con loro il 20enne Arif e la 17enne Jameela. Mentre il primo è riuscito a fuggire dopo una notte nelle mani dei rapitori che lo hanno torturato, della giovane si sono perse le tracce, anche se la testimonianza del fratello parla di violenza sessuale di gruppo prima che venisse spostata altrove. Secondo le testimonianze locali, la polizia di Kasur ha rifiutato la richiesta dei genitori e di altri, tra cui il senatore cristiano Kamran Michel di indagare su quanto accaduto. Solo l’intervento della British Pakistani Christian Association (Bpca), che ha fornito un legale alla famiglia, ha spinto la polizia a aprire un’indagine formale. «La famiglia è fortemente traumatizzata ma ora al sicuro. Cercheremo di ricostruire le loro vite, tuttavia Jameela potrebbe non essere mai ritrovata. Che musulmani possano rapire giovani cristiane con una tale impunità è una macchia sulla reputazione internazionale del Pakistan», ha dichiarato Wilson Chowdhry, presidente della Bpca.
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