L'intervista. «Oltre i rapimenti c'è una lotta per il potere»


Matteo Fraschini Koffi, Lomé sabato 2 settembre 2017
L'analista nigeriano Ukeni: il caso delle liceali è stato orchestrato per minare la credibilità dell'ex presidente cristiano Jonathan
Il presidente nigeriano Buhari a maggio con 82 ragazze liberate (Ansa)

Il presidente nigeriano Buhari a maggio con 82 ragazze liberate (Ansa)

Secondo l’analista nigeriano, Stanley Ukeni, i rapimenti di giovani ragazze sono più legati alle dinamiche politiche interne che alle abituali necessità riscontrabili in una guerra. «In questo periodo si respira un’alta tensione nella capitale nigeriana, Abuja – afferma ad Avvenire Ukeni –. I rapimenti di massa di ragazze e la loro liberazione hanno profonde connessioni con il potere e chi farebbe di tutto per ottenerlo».

Stiamo assistendo a diversi casi di donne e ragazzine liberate dalle autorità, ma che preferiscono tornare dai jihadisti: è possibile che Boko Haram offra una miglior vita rispetto al governo nigeriano?

Non penso che queste donne si trovino in migliori condizioni con Boko Haram invece che con le proprie famiglie. Purtroppo molte di loro, specialmente le più giovani, hanno subito un duro e lungo lavaggio del cervello da parte dei militanti islamici, credono che Boko Haram stia combattendo per migliorare le sorti del popolo della Nigeria settentrionale. Le persone catturate, maschi o femmine, pensano quindi di fare parte di un movimento di liberazione. Inoltre, c’è una superstizione locale che convince molte di queste ragazze di essere fortemente influenzate dal volere del proprio “marabout”, o leader religioso musulmano, il quale avrebbe il potere di ucciderle nel caso non rispettassero la sua volontà e provassero a ritornare a casa scappando dai jihadisti.

E possibile fare una distinzione numerica fra quante di queste ragazze diventano militanti, quante mogli e quante schiave? La loro sorte da che cosa dipende?

Se prendiamo come esempio le 276 ragazze rapite a Chibok, sembra che 104 siano ancora prigioniere. Credo che gran parte di loro siano state forzate dai jihadisti a sposarsi o a diven- tare schiave. Poche altre sono invece state costrette a diventare vere e proprie militanti e imbracciare le armi. Questo perché molte delle ragazze rapite sono di fede cristiana e c’è quindi una difficoltà maggiore a renderle attive partecipanti a una ribellione di matrice totalmente musulmana.

Perché crede che proprio il caso delle ragazze di Chibok abbia avuto maggiore risonanza nel mondo rispetto ai molti altri casi di giovani rapite da Boko Haram?

Il motivo principale è uno: il caso di Chibok si è guadagnato un’attenzione a livello internazionale perché è stato orchestrato dalle stesse persone che volevano minacciare la credibilità dell’ex presidente cristiano, Goodluck Jonathan. Questo sequestro di massa è stato sfruttato dalle élite della Nigeria settentrionale, a maggioranza musulmana, per incrementare il supporto verso la rimozione di Jonathan.

Come pensa che il governo nigeriano possa seriamente aiutare le ragazze liberate a reinserirsi nella società?

Le vittime dei rapimenti hanno bisogno di un aiuto psicologico intenso. Chi vuole dovrebbe poter completare il ciclo di studi. Nel caso contrario, il governo e le aziende locali dovrebbero fornire assistenza affinché queste ragazze possano avviare delle attività commerciali o lavorative. Ci deve essere un meccanismo di assistenza continuo che dovrebbe durare a lungo nel tempo.

Il desiderio di ritorno delle rapite verso i propri sequestratori potrebbe essere definito come una «sindrome di Stoccolma»?

Penso di sì. La scelta di tornare da chi le ha rapite è legata all’attaccamento che queste giovani donne hanno sviluppato nel corso degli anni rispetto ai militanti islamici e alle loro ragioni per continuare questa feroce guerra.

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