martedì 1 ottobre 2019
Se entro il 21 ottobre il Parlamento (bloccato dalle incertezze sull’uscita di Londra dall’Ue) non riaprirà, verrà introdotta l’interruzione di gravidanza. I vescovi: «Sarebbe un'imposizione»
La cattedrale di St. Patrick a Belfast (Ap)

La cattedrale di St. Patrick a Belfast (Ap)

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La Brexit in Nord Irlanda rischia di avere un grosso peso sulla legalizzazione dell’aborto. In un momento di profonda incertezza per la Gran Bretagna, nell’unica parte del Paese in cui l’interruzione di gravidanza è ancora illegale, una legislazione ancora più permissiva di quella approvata dopo il referendum del 25 maggio 2018 nella vicina Repubblica di Irlanda potrebbe entrare in vigore nel mese di ottobre. Decisa direttamente da Westminster, senza nessuna considerazione per il fatto che una materia come questa dovrebbe essere esaminata tenendo conto della volontà dei cittadini. La legalizzazione dell’aborto potrebbe avvenire se il Parlamento di Stormont – luogo di decisione delle materie devolute al governo delle sei contee nordiraldesi (tra cui il lavoro e la sanità) – rimarrà ancora chiuso, dopo ben due anni e mezzo. Il trattato di pace approvato nel 1998 (il cosiddetto Good friday agreement) stabilisce che l’Irlanda del Nord venga co-governata dalle due principali forze politiche: gli unionisti e i repubblicani. Ma nel gennaio del 2017 l’allora vice-primo ministro Martin McGuinness rassegnò le dimissioni per l’aggravarsi delle condizioni di salute (morirà due mesi dopo) e in polemica per lo scandalo sulle energie rinnovabili che vede coinvolta la premier Arlene Foster. Da allora sono stati fatti tentativi per avere un nuovo esecutivo, ma per ora, complice l’incertezza rispetto all’uscita dall’Ue della Gran Bretagna, non ci sono progressi. Una situazione che lascia spazio a una forzatura legislativa frutto di due emendamenti passati a fine luglio nel Northern Ireland Bill (la legge che Westminster promulga in caso di sospensione del Parlamento nordirlandese) e presentati dai Labour. La nuova legge acquisirebbe le raccomandazioni alla Gran Bretagna della Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione delle donne, del marzo 2018. E consentirebbe l’aborto fino alla 28esima settimana (in Eire il limite è la 12esima).

L’opinione pubblica di Belfast non ha digerito questo tipo di imposizione in un momento in cui le speranze di ripartenza delle attività di governo sono appese a un filo: nonostante le rassicurazioni recenti di Julian Smith, segretario di Stato per il Nord Irlanda, secondo il quale «una riapertura del Parlamento di Stormont aiuterebbe anche a risolvere le problematiche legate alla Brexit», rimangono due nodi: il no degli Unionisti al backstop, il “confine morbido” tra la Repubblica d’Irlanda e il Nord Irlanda, e l’insistenza dei repubblicani sul far passare come uno dei primi atti della riapertura dei lavori una legge che legalizzi l’uso della lingua irlandese (irish language) anche a Nord, dove oggi è bandita.

Proprio per questo, dopo che tra luglio e settembre si sono tenute manifestazioni contro l’aborto, ora sono i rappresentanti delle quattro principali Chiese – cattolica, protestante, metodista e presbiteriana – a firmare un appello congiunto in cui esprimono «grave preoccupazione per l’imposizione di una legge senza regole per cui non c’è alcun riscontro che sia espressione della volontà popolare». Per questo, pur riconoscendo che il tempo stringe, chiedono di «riaprire il Parlamento entro il 21 ottobre – data stabilita nel provvedimento legislativo –, e che i partiti arrivino al compromesso necessario per farlo». I rappresentati delle quattro Chiese, tra cui il primate cattolico, l’arcivescovo di Armagh Eamon Martin, «sperano in un incontro con il segretario di Stato Smith». Una petizione su Change.org nel solco di questo appello è stata lanciata e ha già raccolto 5.400 firme. Per il 12 e il 13 ottobre è stata indetta una due giorni di preghiera.

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