martedì 17 marzo 2015
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I palestinesi la chiamano Jabal Abu Ghneim, per gli israeliani è Homat Shmuel, ma da quasi vent’anni questo luogo-simbolo è conosciuto come Har Homa. Ed è qui, a una manciata di ore dall’apertura delle urne, qui, nell’abbaglio sfavillante di quel plurimillenario calcare roseo che tutti comunemente chiamano “Pietra di Gerusalemme”, che alla fine Benjamin Netanyahu l’ha detto. Nel tentativo forse disperato di riacciuffare quella mandria di voti in libertà che gli è sfuggita fra le dita, ma l’ha detto, sapendo di ritrattare l’apertura che aveva fatto nel 2009 e che rimediare ora sarà impossibile: «Non ci sarà nessuno Stato palestinese – ha annunciato – finché sarò io a governare. Se vinco le elezioni non vi sarà alcuna concessione ai palestinesi e non smantellerò gli insediamenti in Cisgiordania. Fino a quando il Likud sarà al governo non divideremo Gerusalemme, ma continueremo a costruire e a fortificarla. Migliaia di unità abitative si aggiungeranno a quelle già esistenti e continueremo a sviluppare la nostra capitale eterna nonostante le pressioni della comunità internazionale per evitare future concessioni ai palestinesi». Così, in un ruvido battito d’ali, l’agenda elettorale del premier uscente ha cambiato bruscamente tono: dall’ossessione sulla sicurezza e la minaccia dell’Iran il premier uscente ha virato sul grande rimosso di queste elezioni (sul quale come per una segreta intesa tutti i principali leader avevano preferito sorvolare), l’insolubile questione palestinese. Per l’ultimo comizio Netanyahu ha scelto Har Homa, uno fra gli insediamenti più contestati alle periferia di Gerusalemme Est, considerato illegale dalla quasi totalità della comunità internazionale, di cui egli stesso approvò la costruzione come atto inaugurale del primo dei suoi tre mandati, nel febbraio 1997. «Il Likud che io guido – ha aggiunto Netanyahu – continuerà a tutelare con fermezza i nostri interessi vitali, a fronte di un governo di centro-sinistra, pronto invece ad accettare qualsiasi imposizione». Il gelo è sceso su Ramallah, un tempo teatro di intifade e di discordie interpalestinesi, oggi luccicante di negozi, di centri commerciali, un fiume di denaro che scorre nelle vene dei Territori con una voglia neanche troppo celata di guadagnarsi il rango e il diritto di capitale dello Stato palestinese. Quello Stato che Netanyahu assicura che non ci sarà mai. «Eppure – ammette Rashid Mazouf davanti a un te dolcissimo e rovente nella Piazza dei Leoni –, noi invidiamo gli israeliani: dal 2006 a oggi hanno già votato quattro volte. Noi non votiamo da un pezzo e forse non voteremo più. Fatah e Hamas non sono diverse fra loro: l’età media fra i dirigenti dell’Olp è 75 anni, a Gaza si vedono le stesse facce da 20 anni, lo stesso Abu Mazen è vecchio ma non lascia il potere. Sono inamovibili, ciascuna fazione dà la colpa all’altra e così non si fanno elezioni democratiche». «Chiunque acconsentirà alla creazione di uno Stato palestinese non farà altro che offrire dentro lo stato di Israele una base di lancio per gli attacchi dell’Islam radicale», dice Netanyahu, rilanciato da una gracchiante radio palestinese. Rashid scuote il capo. In questo spicchio di Cisgiordania c’è un’autentica venerazione per Dalal Mughrabi, la terrorista che nel 1978 partecipò al massacro che costò la vita a 38 israeliani sulla strada costiera di Tel Aviv. Fatah le ha dedicato una piazza a Al-Bireh, popoloso sobborgo di Ramallah. Ci può essere maggior distanza? I coloni e gli insediamenti, Gaza e Ramallah, Netanyahu e Abu Mazen: due mondi antitetici che non riescono a trovarsi, a intendersi, a parlarsi. A cercare un dialogo e una soluzione ci prova il laburista Isaac Herzog che con la transfuga Tzipi Livni (che guida i centristi di Hatnua) si presenta con “Campo Sionista”, ticket di centro-sinistra che nei sondaggi è dato favorito. Al suo fianco potrebbe scendere la coalizione degli arabo-israeliani, un’alleanza tra United Arab List, Ta’al, Balad e Hadash che, sotto la guida di Ayman Odeh, si sono coalizzati per superare la soglia di sbarramento del 3,25%. Né Herzog né la Lista araba hanno i numeri per governare: al massimo arriveranno a 40 deputati, dei 61 necessari. E probabilmente neppure con il partito di sinistra Meretz e quello di centro Yesh Atid dell’ex ministro dell’Economia Yair Lapid Herzog raggiungerà la maggioranza. «Vedrai che il vecchio Bibi si fa il quarto mandato », ridacchiano amari i palestinesi. Non hanno tutti i torti. Israele vuole uscire dall’angolo in cui Netanyahu li ha cacciati, ma forse la paura – come il “Kedem”, il vento dell’est che in queste ore spira gelido e impetuoso – avrà il sopravvento sulla speranza.
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