venerdì 2 giugno 2017
Le autorità filippine continuano però a negare l'ipotesi terrorismo. Almeno 60 i feriti a Manila. Diffuse foto dell'attentatore, ripreso dalle telecamere di sorveglianza
Il resort attaccato a Manila (Ansa)

Il resort attaccato a Manila (Ansa)

Sono compatte le autorità filippine nel definire la vicenda della notte scorsa costata la vita ad almeno 38 persone nel Resorts World a Manila come un atto criminale ma non motivato dal terrorismo. Il capo della polizia nazionale, Ronald dela Rosa, ha lanciato più di una rassicurazione che questo evento non sarà ragione per una estensione delle legge marziale al di fuori della grande isola meridionale di Mindano dove è stata dichiarata il 23 maggio subito dopo l’attacco di centinaia di ribelli musulmani armati contro la città di Marawi.

L'attacco nella notte

Contrastanti le testimonianze sul numero degli aggressori, come pure sui colpi di arma da fuoco e sulle detonazioni da più parti riportate. Sono molti i dubbi sulla versione ufficiale di un individuo vestito di nero, mostrato in alcune foto armato di mitragliatore, che avrebbe tentato una rapina nel casinò parte di un complesso aperto giorno e notte che ospitava fino alla notte scorsa migliaia di turisti e giocatori e che include alberghi e un centro commerciale. Vistosi braccato, si sarebbe dato fuoco e si sarebbe sparato.

L'aggressore, in un'immagine registrata dalle telecamere di sorveglianza (Ansa)

L'aggressore, in un'immagine registrata dalle telecamere di sorveglianza (Ansa)

Le incongruenza nelle varie versioni degli eventi sono sollevate e investigate anche dagli stessi media filippini, ma le certezze restano purtroppo tragiche. Oltre ai morti, il cui numero è cresciuto nelle ultime ore, vi sono anche una sessantina di feriti, soprattutto con sintomi di intossicazione o fratture provocate dal tentativo di sfuggire, anche saltando da altezze considerevoli, all’attacco e al successivo incendio che si sarebbe sviluppato per l’incendio di tavoli da gioco nel casinò.

Il Daesh rivendica, Manila è cauta

Riguardo le rivendicazioni da parte dell'autoproclamato califfato islamico, che da tempo ha esteso le sue azioni al Sud-Est asiatico sollevando la preoccupazione che la regione possa diventare un nuvo fronte di conflitto, Dela Rosa ha indicato che «possono dichiarare quello che vogliono, qualunque propaganda desiderano mostrare al mondo, ma per quanto riguarda la polizia non possiamo dichiarare quanto accaduto un evento legato al terrorismo».

Questa mattina, i responsabili della sicurezza del complesso hanno ammesso «falle nella sicurezza», mentre sottolineano l’apparente mancanza di esplosivi sull’uomo armato individuato nelle foto diffuse dalla polizia come indicazione che non si tratterebbe di un’azione terroristica.

D’altra parte, un’azione dimostrativa a effetto come probabile conseguenza della situazione di Marawi, da cui i guerriglieri sono in buona parte fuggiti lasciando oltre cento morti e decine di compagni che ancora tengono in scacco parti della città assediati da ingenti forze militari, era temuta e in qualche modo annunciata dagli stessi servizi di sicurezza filippini. Si temeva che questo potesse essere anche ragione o pretesto per un’estensione della legge marziale sull’intero Paese e oltre i 60 giorni previsti dalla costituzione come limite temporale. Non a caso, forse, poco dopo l'avvio dell’evacuazione dopo l’una di notte, era arrivata su Internet la rivendicazione che parlava dell’azione di «lupi solitari» del Daesh provenienti da Marawi e non a caso il presidente americano Donald Trump ha fatto precedere al suo discorso in cui annunciava il ritiro Usa dall’accordo sul clima di Parigi con l’espressione di «tristezza» e «partecipazione» verso i filippini sottoposti a un «attacco terroristico».

Subito dopo l'attacco il Site, organizzazione che monitora i gruppi jihadisti attivi su Internet, ha segnalato un’attribuzione di responsabilità a “lupi solitari” associati al Daesh provenienti da Marawi.

(da Twitter)

(da Twitter)

I fatti di Marawi

Nelle Filippine la tensione è altissima. Dal 23 maggio il conflitto interessa la città di Marawi, sull’isola meridionale di Mindanao dopo la parziale occupazione da parte dei guerriglieri del gruppo islamico Maute. Ufficialmente i morti sono 171, di cui 120 ribelli, 32 militari e poliziotti, 19 civili. Tra le vittime anche 11 soldati uccisi giovedì da «fuoco amico» durante un bombardamento.

Centinaia di combattenti islamici sarebbero riusciti a lasciare l’area, forse diretti verso centri vicini dove possono contare su appoggi tra la popolazione musulmana. Per fuggire, secondo quanto riporta l’agenzia Fides, i terroristi impiegano donne e bambini come scudi umani. Oltre 200 ostaggi restano nelle mani dei guerriglieri, inclusi il vicario episcopale padre “Chito” Suganob, e 14 cattolici sequestrati con lui nella cattedrale attaccata e incendiata. «Gli ostaggi non si possono mai considerare «danni collaterali», dunque speriamo che le forze armate facciano il possibile per salvarli», ha dichiarato a Fides il vescovo di Marawi, monsignor Edwin de la Peña. L’attesa per la loro sorte si associa alla preoccupazione, che è anche dell’Unicef, per le conseguenze dei combattimenti e dell’evacuazione sugli almeno 50mila bambini coinvolti.

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