sabato 9 novembre 2019
Sono passati trent’anni da quel 9 novembre. Ma il giorno fatidico era già scattato un mese prima quando in settantamila si erano radunati nella città dell’ex Ddr. Dove oggi trionfa solo la nostalgia
Un’istallazione a Berlino con la bandiera della Repubblica democratica tedesca, sulla destra la cattedrale (Ap)

Un’istallazione a Berlino con la bandiera della Repubblica democratica tedesca, sulla destra la cattedrale (Ap)

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Accovacciata come una chioccia fra una selva di palazzi dallo stile inaccostabile ricostruiti dopo la guerra, la Nikolaikirche – il più grande e antico luogo di culto di Lipsia – presidia con le sue alte cuspidi il centro storico della città. Chiuse nel loro torpore autunnale, Lipsia e la sua chiesa fanno pensare a tutto tranne che al grimaldello che trent’anni fa aprì i cancelli della Cortina di Ferro facendo crollare il Muro di Berlino. Perché in quell’anno fatidico le porte della Nikolaikirche si aprivano ogni lunedì per ospitare un numero crescente di cittadini, di giovani soprattutto, che si riunivano per chiedere, dapprima sommessamente poi con sempre maggior vigore, un cambio di marcia al regime e soprattutto una cosa: libertà. Una parola magica che era comparsa poco tempo prima a Berlino Est durante un corteo che commemorava Rosa Luxemburg su uno striscione che recava un pensiero della militante socialista: «La libertà è la libertà di chi la pensa diversamente». Il dissenso, quello vero, cominciava in quelle “Montagdemonstrationen” all’ombra delle navate delle chiese evangeliche: la Gethsemanekirche a Berlino, la Nikolaikirche a Lipsia
Lì si radunava nonostante le intimidazioni, i pestaggi, gli arresti («Se il tuo vicino cambia la tappezzeria, sei forse obbligato a farlo anche tu?», ammonivano polemicamente le autorità) l’ormai vasto arcipelago della protesta, dai pacifisti a quelli che in seguito si sarebbero chiamati Grünen, ai difensori dei diritti umani, ai punk, non senza qualche perplessità da parte delle gerarchie ecclesiastiche. Che tuttavia insorsero dopo che a Dresda le autorità comuniste avevano chiuso il settimanale diocesano “Der Sonntag”, colpevole di aver deprecato le lunghe code che i tedeschi dell’est erano costretti a fare per procurarsi il cibo. Gli stessi pastori cominciavano a denunciare i brogli elettorali e la manipolazione dei dati resi pubblici dal governo. La polizia e la Stasi non riuscirono a dividere e a isolare del tutto i manifestanti. Slogan mai uditi prima («Via la Stasi! Libertà!») rimbalzavano nelle principali città della Ddr.
Sono passati trent’anni da quel 9 novembre. Ma il giorno fatidico era già scattato un mese prima. Il 9 ottobre si erano dati convegno a Lipsia almeno 70mila manifestanti. Troppi per starci tutti nella Nikolaikirche, troppi per la polizia, troppi per la Stasi, troppi anche per nasconderli agli occhi del mondo. «Eravamo pronti a tutto, avevamo pianificato tutto – ammetterà in seguito un alto dirigente della Sozialistische Einheitspartei Deutschlands, il partito unico della Ddr – ma eravamo impreparati di fronte a candele e preghiere…». Era la lezione inascoltata di Solidarnosc. Tutto precipiterà da quel momento. L’esausto Honecker darà le dimissioni, l’anonimo Egon Krenz – il Romolo Augustolo del regime morente – prenderà per breve tempo il potere, ma tutto andava collassando, le frontiere si aprivano, i tedeschi sciamavano attraverso l’Ungheria e la Cecoslovacchia verso l’Ovest, il Muro, quel Muro famigerato, si sbriciolava insieme a un regime senza più nerbo né credibilità.
Il sogno della Lipsia eroica, della dolce città della musica, del Gewandhaus finisce qui. Oggi attraversiamo le sue vie buie e spopolate, marciando sul selciato che misurò i passi di Leibniz, di Schumann, di Wagner, di Mendelssohn, di Backhaus, della giovanissima Angela Merkel, strade in parte svendute al consumismo che la Wiedervereinigung, la Riunificazione, ha inevitabilmente recato con sé, dispensando illusioni e speranze che all’epoca, quando la domanda e il bisogno di libertà potevano significare anni di prigione, avevano un senso. «Oggi quel senso di trionfale riscatto – dice il decano della “Leipziger Volkszeitung” Hans Friedrichs – è completamente svanito. Il motto della Ddr era: “Wir sind das Volk”, noi siamo il popolo. Ma presto mutò in “noi siamo il popolo, ma senza più un lavoro”». Non ha torto. L’attrazione che l’Ovest ha esercitato sull’Est ha finito per asciugarne il tessuto demografico obbligando centinaia di migliaia di persone ad emigrare nelle più ricche provincie occidentali, dove i salari e il tenore di vita erano incomparabili.

Rispetto agli anni Cinquanta oggi l’ex Germania Est ha due milioni di abitanti in meno e un gap occupazionale sensibilmente ridotto rispetto agli anni Ottanta, ma ancora vistoso se confrontato con quello dell’Ovest, nonostante le volonterose politiche sociali, come la tassa di solidarietà varata da Helmut Kohl nel 1991 che in soli quattro anni comportò – ai valori odierni – un prelievo di 330miliardi di euro. «Ma evidentemente non è bastato – dice ancora Friedrichs –. Nei Länder della ex Ddr il rischio povertà, per esempio, è aumentato invece di diminuire, soprattutto per gli over 65 e i giovanissimi».
Non stupiamoci quindi se l’estrema destra, e soprattutto Alternative für Deutschland, fa il pieno di voti qui in Sassonia come in Turingia. Perché dietro la disoccupazione, dietro la cortina fumogena della “Grosse Betrug”, la “grande truffa” dell’Ovest, serpeggia – e non stentiamo a crederlo – la sottile nostalgia del tempo che fu. Quel tempo cioè in cui la perfetta osmosi fra il comunismo e il calibrato sistema sociale tedesco dava ai cittadini della Ddr il malcelato orgoglio di essere i migliori. C’è un termine oramai popolare per definire questo stato d’animo: si chiama Ostalgie, neologismo che sta per “nostalgia dell’Est”, parodisticamente celebrato nel film di Wolfgang Becker del 2003 "Good Bye, Lenin!". La stessa Ostalgie<+TONDO50> tuttavia è diventata rapidamente un brand: che sia la maledizione del capitalismo o il patto scellerato di Faust (che Goethe ambientò proprio qui a Lipsia, nella Auerbachs Keller), da anni dilaga – all’Est come all’Ovest – una sottocultura del recupero feticistico del passato comunista. Accanto all’inserto dedicato alla Friedliche Revolution (La rivoluzione pacifica), la “Leipziger Volkszeitung” chiede al lettore: «Quali prodotti della Ddr dormono ancora nel tuo armadio? Dal frullatore alla poltrona: tornano di moda (e di valore) i prodotti della Repubblica Democratica Tedesca».

Un po’ è paccottiglia per turisti, la stessa che a Berlino si vende nei dintorni del Check-Point Charlie, un po’ e qualcosa d’altro. «Non si tratta di una nostalgia nei confronti del comunismo – confessa Konrad Liebermann, che il Muro lo ha visto da vicino e che si crogiola nella sua personale Ostalgie –, ma di un ricordo struggente e doloroso di un mondo che funzionava meglio di quello in cui viviamo adesso e che a suo modo, lei non ci crederà, in molti vorrebbero riavere indietro. Se vado a festeggiare, mi chiede lei? Non lo sapevo allora e non so neanche io cosa festeggiare: la libertà? certo. La Grande Germania riunificata? In fondo la riunificazione ancora non c’è stata, lo sa vero? Perché l’euro è solo un Deutschmark travestito, inventato per tranquillizzare l’Europa e dare un’idea di unificazione. Ma non qui. Qui siamo ancora quelli di prima».
È il 9 novembre, trentesimo anniversario del Muro. Ma anche del colpo di Stato del 18 Brumaio 1794 che portò Napoleone al potere; e della Reichkristallnacht, la tragica notte dei cristalli del 1938. Una data fatidica, fatale. Si accendono le luci della sera attorno le mura della Nikolaikirche. Per quasi un trentennio e fino alla morte avvenuta nel 1750 il Thomaskantor Johann Sebastian Bach ne aveva colmato di musica sublime l’elegante navata basilicale, dividendosi fra la cantoria di San Tommaso e la Zimmermann Kaffeehaus. Ma questo è un altro tipo di nostalgia.

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