martedì 23 agosto 2011
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Così, alla fine, la tenacia degli oppo­sitori e l’ostinazione di Francia e In­ghilterra sono state premiate. Il co­lonnello Gheddafi non governerà più la Li­bia. Questo era ciò che innanzitutto vole­vano i ribelli. E lo hanno ottenuto: vedre­mo ora se e come sapranno gestire questo risultato, ma questo è evi­dentemente un al­tro discorso. Fran­cia e Inghilterra vo­levano trovare la via attraverso la quale uscire dall’impasse di quel misto di preoc­cupazione e imbarazzo che aveva rappre­sentato la principale reazione europea di fronte alle rivoluzioni mediterranee. E ci sono riuscite. Non nei tempi desiderati, di sicuro, ma hanno spazzato via l’im­magine di un’Euro­pa la cui unica poli­tica mediterranea consista nel garan­tirsi i flussi di petro­lio e bloccare quelli di migranti. Benché formal­mente sotto il con­trollo della Nato e con un’iniziale par­tecipazione ameri­cana via via ridotta­si col tempo, infatti, l’intervento in Libia si è connotato come un intervento prin­cipalmente euro­peo, di una certa Europa, in partico­lare: quella che con fatica cerca di co­niugare le ragioni dell’Unione con il riconoscimento della necessaria persistenza dello Stato-Nazio­ne. Cameron resta il più europeista dei pre­mier britannici. Sarkozy è lo stesso che ap­pena pochi giorni or sono, insieme ad An­gela Merkel, chiedeva più Europa nel go­verno dell’economia. La Francia di Sarkozy si propone di fatto come il perno di due schemi differenti: con gli inglesi per una presenza in politica estera più assertiva, in grado di ricorrere all’uso limitato della for­za quando necessario; con i tedeschi per un maggior coordinamento delle politiche economiche e finanziarie dei Paesi della zona euro. La sconfitta di Gheddafi raffor­za così la posizione francese in Europa, perché Parigi può investire il successo sui due tavoli su cui contemporaneamente sta giocando: quello politico-strategico di u­na presenza nel Mediterraneo meno timi­da, meno condizionata dai veto e dai di­stinguo dei partner e persino non sempre e soltanto al traino degli Stati Uniti, e quel­lo politico-economico di un’Unione me­glio in grado di difendere e stimolare lo svi­luppo di una delle maggiori economie del Pianeta. La possibilità di trasformare que­sto successo francese in un successo eu­ropeo dipenderà soprattutto da come agi­ranno gli altri Paesi dell’Unione, Germania innanzitutto: se considereranno l’inter­vento in Libia un incidente chiuso o se ne trarranno le conseguenze di una necessa­ria maggiore assunzione di responsabilità sulla scena internazionale. Ora bisogna concorrere a consolidare la transizione in corso in Libia, cercando di mettere a frutto gli asset che si hanno ed evitando le trappole più pericolose. Tra i primi, il più importante è rappresentato da quel Comitato Nazionale di Transizio­ne che ha tenuto duro in questi mesi fino alla vittoria. Non si tratta di un fronte o­mogeneo e compatto, ma è quantomeno l’espressione vera di un Paese in rivolta e non l’ennesimo prodotto artificiale realiz­zato nei laboratori di Langley (il quartier generale della Cia). Potrebbe essere quin­di in grado di mantenere l’ordine se forni- to degli incentivi a farlo, di natura econo­mica e politica. Evidentemente, quanto prima Gheddafi sarà costretto all’esilio o catturato, tanto prima le ex opposizioni potranno dedi­carsi alla riscrittura di un patto costituzio­nale di natura confederale tra le sue cen­to tribù e le sue diverse regioni, il solo che potrebbe tenere in­sieme il Paese. Tra i rischi, c’è quello di restare impantana­ti in un’operazione di peacekeeping che nessuno, al momento, dice di volere. Una cosa deve essere chiara: la Nato e i Paesi euro­pei hanno fornito ai ribelli quel supporto militare (che solo essi potevano offrire) ne­cessario per impedire che questi finissero massacrati dalle forze di Gheddafi. Per o­perazioni di diversa natura, sta al Cnt tro­vare le risorse necessarie o decidere even­tualmente di ricorrere alla solidarietà in­ter- araba. L’Europa, piuttosto, deve in questa nuova fase dimostrarsi tanto generosa nel soste­gno pacifico quanto lo è stata in quello mi­litare. Guai se pensassimo che, caduto il tiranno, la Libia torni ad essere il punto di partenza dei flussi desiderati (gas e petro­lio) e di quelli indesiderati (migranti). La fi­ne delle ostilità, tanto più se sarà comple­ta e non seguita da un infinito strascico di vendette, consentirà di riattivare l’econo­mia libica, riportando nel Paese quella ma­nodopera straniera fuggita durante il con­flitto, e permetterà la ripresa degli investi­menti, l’apertura dei cantieri per la rico­struzione e la realizzazione di nuove in­frastrutture: un’occasione da sfruttare nel­l’interesse di tutti.
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