giovedì 24 ottobre 2019
Non si placa l’ultima rivolta per il carovita, un’onda che attraversa le società arabe tra Egitto, Iraq e Algeria. Il pacchetto di riforme del premier Hariri appare sempre più inefficace
Soldati in piazza contro la folla di civili a Beirut (LaPresse)

Soldati in piazza contro la folla di civili a Beirut (LaPresse) - LaPresse

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Nuovi focolai di crisi scuotono le società arabe, vessate da classi dirigenti incapaci di ridare loro prospettive di crescita e benessere nonostante la lezione (evidentemente inascoltata) delle passate “Primavere” che hanno solo sfiorato i Paesi dove ora si manifesta. In Libano non si placa la protesta popolare esplosa una settimana fa a Beirut, Sidone, Tiro, Tripoli e in tutte le maggiori città del Paese dopo l’annuncio di nuove imposte da parte del governo. Si manifesta – prevalentemente in modo pacifico – contro il carovita, la corruzione, il clientelismo che prendono alla gola i cittadini. La determinazione dei libanesi nel chiedere elezioni anticipate per spazzare via il trentennale blocco di potere politico-confessionale non è stata incrinata neanche dal pacchetto di riforme messo a punto dal governo di Saad Hariri. Lo sciopero generale proclamato una settimana fa continua. Banche, scuole, università e numerose istituzioni pubbliche rimangono chiuse. Ieri per la prima volta l’esercito è intervenuto per rimuovere alcune barriere di ostacolo alla circolazione nelle strade sia nella capitale e sia nelle altre città libanesi in rivolta.

Tra le riforme proposte da Hariri ve ne sono di significative anche in termini politici, come la riduzione del 50 per cento degli stipendi dei ministri, oltre a quello degli attuali e passati deputati. Il governo ha anche disposto l’abolizione del ministero dell’Informazione e di una serie di altre – dispendiose – istituzioni. Il primo ministro libanese ha quindi proposto la creazione di un comitato anticorruzione, ma alla piazza non basta. Ora Hariri cerca sponde amiche in Occidente: martedì ha incontrato a Beirut gli ambasciatori dei Paesi che formano il Gruppo internazionale di sostegno economico e politico al Libano (Isg), formato da Stati Uniti, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Cina, Russia, Unione Europea e Onu. I manifestanti possono contare sul sostegno della Chiesa ortodossa libanese, di Parigi – che difende «il diritto di manifestare di tutti i libanesi» – e di Amnesty, che denuncia la violenza della polizia nello sgomberare presidi e sit-in. Intanto, poco più a Sud, lo scontento sociale agita anche la Giordania, paralizzata da un mese di sciopero di categoria degli insegnanti rigoroso e irremovibile. Le scuole pubbliche sono state riaperte lo scorso 6 ottobre, i docenti hanno ottenuto un aumento salariale del 10 per cento (quello del 50, accordato dal precedente esecutivo, non è mai stato messo in atto, ndr).

Per il premier Omar el-Razzaz, messo all’angolo da una crisi finanziaria acuta, tutto fa temere il peggio: il malessere serpeggia fra tutti i dipendenti pubblici, sulle cui spalle pesano nuove imposte sul reddito. L’inflazione aumenta, il buco di bilancio diventa una voragine. Amman è nel mirino del Fondo monetario internazionale, che pretende, in cambio dei prestiti erogati, una severa riduzione della spesa. In Iraq è tempo di bilanci – drammatici – dopo le proteste dell’inizio del mese di ottobre a Baghdad, Bassora, Amara, Kirkuk, Mosul e in altri centri medio-grandi. Sono almeno 149 i civili rimasti uccisi e più di 4.200 quelli feriti durante le manifestazioni contro corruzione, disoccupazione e mancanza di servizi. Gli attivisti iracheni chiedono le dimissioni dell’esecutivo di Adil Abdul-Mahdi, nato un anno fa, e, secondo i suoi detrattori, mosso da logiche clientelari ancor più dei suoi predecessori. In Algeria, l’uscita di scena dell’anziano presidente Abdelaziz Bouteflika in primavera non ha dato il la all’agognato ricambio politico-istituzionale, ostacolato dagli alti ranghi militari. Quanto a quelli medio-alti, secondo i sondaggi sarebbero tutti a favore dei manifestanti, decisi ad ottenere una nuova legge elettorale prima del voto presidenziale di dicembre.

Nel frattempo, sono state soffocate le aspirazioni egiziane: durante le proteste in settembre contro Abdel Fattah al-Sisi sono stati arrestati, secondo stime delle Ong, oltre mille fra attivisti, intellettuali, giornalisti e cittadini. Nuove manifestazioni anche in Sudan, dove, lunedì, migliaia di cittadini hanno chiesto lo scioglimento del Congresso nazionale, il partito dell’ex dittatore Omar el-Bashir sotto processo, ed espresso sostegno al governo di transizione. La tensione rimane alta.

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