martedì 29 gennaio 2013
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​Caro direttore,la vita di Asia Bibi è nelle nostre mani. Nostre. Di tutti. Questa che non è una "vicenda", ma è una ferita aperta, deve arrivare a guarire, e deve farlo in fretta. Non accadrà a meno che un mondo intero di uomini e donne di buona volontà, quale che sia la loro religione, non si decida a chiedere a voce unica, ripeto unica, di liberarla. In questo momento, mentre leggiamo il giornale, mentre siamo nel nostro ufficio, a casa, mentre noi viviamo, in questo preciso istante Asia Bibi continua a soffrire, a patire ingiustamente una condizione che potrebbe trasformarsi in una condanna definitiva. Mobilitiamo le nostre coscienze. Non possiamo permetterci di portare addosso anche solo per un giorno in più questa responsabilità. Questa pagina di «Avvenire» è il punto di raccolta più importante per non tacere. Mettiamo in fila le nostre voci, firme, presenze, nomi. Chiediamo che questo incubo finisca. Non c’è altro che follia dietro a questa violenza. Aiutiamo AsiaBibi. Nostra figlia e sorella. Facciamo conoscere questa storia in ufficio, nei luoghi che frequentiamo. Non per sentire cosa ne pensi la gente, ma per chiedergli di fare qualcosa. Scriviamo il nome di AsiaBibi su ogni domenica della nostra agenda 2013. Ogni domenica. Cosi non possiamo dimenticare di pregare per la sua liberazione; di cercare cosa fare per aiutarla. Non possiamo dimenticarla.
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