mercoledì 2 novembre 2016
Reportage dallo Stato che garantirà a Clinton 29 grandi elettori. Nelle classe medie non è difficile trovare sostenitori di Donald Trump
Donald Trump, candidato repubblicano alle presidenziali Usa (Lapresse)

Donald Trump, candidato repubblicano alle presidenziali Usa (Lapresse) - LaPresse

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«La nostra – dice il sindaco Victoria Gearity – è una piccola grande comunità, dove tutti, non importa a quale etnia, confessione o inclinazione appartengano sono i benvenuti e dove tutti, dico tutti, hanno il dovere di andare a votare. Soprattutto i giovani, soprattutto in un questi momenti, dove il futuro del nostro Paese è messo a dura prova». Dietro le accorate parole del sindaco trapela l’incertezza. Troppi “lawn sign” (quei cartelli elettorali infissi nel praticello davanti a casa) reclamano il nome di Donald Trump e del suo slogan più riuscito, «Make America great again!». Un pugno nell’occhio nella democratica cittadina incastonata nell’immaginario collettivo più per il torvo fascino di Sing Sing, per l’eroe di Mad Men Don Draper e la Holly Golightly di Truman Capote che per l’amenità del luogo.

Perché qui a Ossining, una cinquantina di chilometri a nord di New York, dove il più noto penitenziario d’America distende le sue ali sulle rive dell’Hudson come un’ape regina, il “Morbo di Trump” dilaga subdolo fra gli elettori nonostante la preminenza di un orientamento che da dieci anni garantisce allo Stato un governatore democratico e al candidato presidenziale 29 grandi elettori. Trump, tutti lo sanno, non ha possibilità di vincere nello Stato di New York, ma il boccone Hillary risulta ogni giorno più indigesto. «Vincerà a New York City, a Buffalo, a Rochester – dice Carol Reif dell’Ossining Daily Voice – , ma nel resto dello Stato non so. Le disfide televisive contano fino a un certo punto: sono in molti ormai a considerare invotabile e impresentabile la Clinton. E forse rinunceranno al voto, oppure, non lo escludo, andranno davvero a votare per Trump».

Scovare i supporter di “The Donald” non è difficile. I signori Lamarck abitano al numero 56 di Cheery Hill Cir, una bianca villetta a un piano, un prato perfettamente rasato, le siepi di bosso rifinite con disneyana politezza. «Abbiamo sempre votato per i repubblicani – dicono in coro, mentre Ms Lamarck offre la sua torta di mele – e lo faremo anche questa volta. Ma non saremo i soli. C’è molta gente scontenta. Scontenta del presidente Obama, scontenta per la crescita che non c’è o c’è solo per le imprese finanziarie». Il signor Lamarck lavora nell’ufficio statistico del municipio di Ossining. «Ma lei ha idea – dice – di quanti contribuenti a basso reddito si stanno rivoltando contro l’Amministrazione democratica?». Un’idea in effetti ce l’abbiamo.

L’idea che sia in corso una vera e propria lotta di classe: da un lato il sistema, l’establishment, la politica, dall’altro i “poor white” (rubo l’espressione a Sherwood Anderson, che esattamente un secolo fa nel suo Winesburg, Ohio aveva già capito e descritto l’America di oggi), i “cracker” della Georgia, i “redneck”, gli “hillbilly” degli Appalachiani, i bianchi – insomma – che per convenzione sono sbrigativamente etichettati da molti giornali liberal come una turbolenta sottoclasse non adeguatamente scolarizzata.

«Se avessero davvero contezza della loro condizione – dice Chad Melville, della rivista Inkwell – dovrebbero precipitarsi in massa a votare per il partito democratico, perché sono i repubblicani, con il loro compassionate conservatism (magnifica locuzione già cara a George W.Bush) a nascondersi dietro agli slumlords, i tanti piccoli e grandi immobiliaristi che comprano le case fatiscenti della grande periferia urbana per poi avviare una valanga di sfratti. Mia zia è finita in mezzo alla strada per uno sfratto praticamente illegale e da allora mangia alla mensa dell’Esercito della Salvezza. Eppure, lo so per certo, voterà per Trump».

Sull’altra sponda dell’Hudson si affaccia il New Jersey, dove il governatore (repubblicano) è quel pallido clone di Trump di origine siculo-scozzese di nome Chris Christie, eliminato per accumulo di scandali alle prime battute dalla corsa alle primarie ma che ha comunque assicurato il suo appoggio a “The Donald”. Sbarchiamo a Bloomfield, contea di Essex, 50mila abitanti scarsi, un sindaco democratico in scadenza di nome Michael J.Venezia, un apprezzabile reddito per famiglia attorno ai 78mila dollari e un 7,9% di cittadini considerati dal Census Bureau sotto la soglia di povertà: entrambi i dati in crescita. Qui Obama prese nel 2012 il 69,9% dei voti contro il 28,8% di Mitt Romney e lo stesso governatore Christie – che pure vinse su scala statale – ebbe meno voti della sua avversaria. Ma anche qui, in questo baluardo democratico che ha dato i natali alla cantante Connie Francis come pure al “Grand Dragon” del Ku Klux Klan Arthur Hornbui Bell, le viti che tengono insieme il consenso plebiscitario per il partito democratico si stanno allentando. «Ogni volta che Wall Street festeggia con un balzo del Dow Jones l’ennesima raffica di licenziamenti, penso a quegli stessi licenziati che finiranno per infilare felici il coltello nel loro tacchino il Giorno del Ringraziamento, ignari che sono le camarille di provincia, i piccoli sistemi feudali fatti di bottegai, avvocati e palazzinari ad avergli rovinato la vita e non i politici di Washington», scriveva profeticamente una decina d’anni fa Joe Bageant, provocatorio columnist e voce fuori dal coro nel suo Dispatches From America’s Class War.

E se grattiamo la superficie, sì, proprio qui, tra l’Holsten’s Ice Cream Parlor e il Satin Dolls (ovvero la gelateria dove è ambientata l’ultima scena dei Sopranos, e il “Bada Bing”, dove si snodano le tresche mafiose del boss più amato d’America dopo don Vito Corleone) scopriamo come a dispetto di tutti i sondaggi anche qui il “Morbo di Trump” ha fatto le sue vittime. Ma moltiplichiamo pure per cento il fenomeno Bloomfield: in tantissimi altri altrove d’America, miopi e chiusi in se stessi come forse mai prima, si gioca segretamente la partita dei bianchi contro i neri, dei maschi contro le femmine.

Una rivincita, dopo gli otto anni di un presidente afroamericano che i giornali del Midwest continuano a chiamare Barck “Hussein” Obama e il “rischio” mortale di ritrovarsi una donna come Commander in Chief. Inutile cercare di convertire il “poor white” che voterà Trump per timore di una Clinton troppo sbilanciata a sinistra, troppo innamorata del potere, troppo simile alla maschera gelida di Claire Underwood in House of Cards: seduto nella caffetteria, con le spalle al bancone dove due ragazze in grembiule azzurro scodellano senza sosta grandi tazze fumanti di caffè l’homo trumpianus sfoglia le pagine sportive di Usa Today. Posso chiederle per chi voterà?, azzardo. «No». Poi aggiunge: «Dovrebbe capirlo da solo». Clinton? «Sta scherzando? Perfino James Gandolfini (Tony Soprano) stavolta voterebbe Donald Trump». L’ultimo tratto della corsa alla Casa Bianca sarà davvero tutto in salita.

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