mercoledì 19 giugno 2019
Stefano Manservisi, responsabile della macchina europea degli aiuti, è uno dei padroni di casa alle Giornate europee dello sviluppo di Bruxelles
Bimbi alla periferia di Città del Capo. La disparità è uno dei principali nodi irrisolti del Sudafrica Tuttora l’1 per cento degli abitanti possiede quasi il 20 per cento del Pil (Foto: Epa)

Bimbi alla periferia di Città del Capo. La disparità è uno dei principali nodi irrisolti del Sudafrica Tuttora l’1 per cento degli abitanti possiede quasi il 20 per cento del Pil (Foto: Epa)

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«Ovunque ci siano disuguaglianze, esse vanno affrontate per aumentare la coesione sociale. L’Unione Europea ha degli obblighi nel mondo, non deve essere una fortezza che volta le spalle a chi soffre». È toccato al presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, inaugurare ieri a Bruxelles gli European development days (Edd), le Giornate europee per lo sviluppo di cui Avvenire è media partner. Idee, progetti, condivisione di esperienze: l’obiettivo degli Edd è il confronto su sfide come la sanità, il cambiamento climatico, l’immigrazione, la lotta alla povertà, il lavoro, l’istruzione. Nonostante gli incrementi del reddito pro capite, molti Paesi poveri sono affetti da alti livelli di diseguaglianza, più alti di quanto non fossero 30 anni fa, una minaccia allo sviluppo sostenibile e che incentiva anche l’emigrazione. Tanti i capi di Stato presenti ieri, tra cui il presidente ruandese Paul Kagame, ma anche la regina belga Mathilde, l’ex leader come Tony Blair e il presidente del Parlamento Ue, Antonio Tajani. Firmato un accordo Ue-Oms: Bruxelles contribuirà con 102 milioni di euro all’obiettivo della copertura sanitaria universale.

C’è una sorta di «alleanza oggettiva sul tema della lotta alle disuguaglianze e della sostenibilità tra le istituzioni europee e il Papa, che ha anticipato questi temi nella sua fantastica enciclica Laudato si’. Quello del Papa contro la cultura dello scarto è un messaggio potentissimo e da parte dell’Unione Europea l’attenzione nei suoi confronti è fortissima. Dieci giorni fa ero a un convegno organizzato dalla Fondazione Centesimus Annus in Vaticano e abbiamo parlato appunto di questo tema: noi da tempo affrontiamo l’enciclica Laudato si’ come una forma di narrativa politica-sociale che è molto basata sull’Agenda 2030 sulla sostenibilità». Agli European development days (Edd) di Bruxelles, le Giornate europee dello sviluppo di cui Avvenire è media partner, Stefano Manservisi è uno dei padroni di casa e sul tema della lotta alle disuguaglianze è sul campo tutti i giorni. È lui che dal 2016 guida, da direttore generale, la direzione Sviluppo e cooperazione internazionale della Commissione Europea: è responsabile di fatto della poderosa «macchina degli aiuti» targata Ue, principale donatore a livello globale. Negli anni, Manservisi è stato tra i fautori di un approccio «un po’ più adulto con i Paesi in via di sviluppo», con «responsabilità reciproche », una migliore governance locale che crei sostenibilità a partire da aiuti e investimenti.

Questo nuovo approccio sta funzionando?
È un processo in evoluzione, ma i punti di riferimento e l’azione di cambiamento sono già visibili. In primo luogo il quadro: obiettivi 2030 di sviluppo sostenibile, quindi condivisione dell’agenda e delle sfide. Secondo: traduzione di tutto ciò in politica europea. Terzo: nei confronti dell’Africa l’offerta di una partnership che è stata ritenuta credibile dagli stessi africani. Questi ultimi hanno capito che l’Ue guarda all’Africa non come un Continente di poveri che devono essere inondati di fondi, ma come un Continente dei popoli coscienti di se stessi, della loro forza e delle loro debolezze.

Stefano Manservisi

Stefano Manservisi

La nuova leva della cooperazione sono gli investimenti?
Jean-Claude Juncker aveva identificato gli investimenti e la creazione di posti lavoro come nodo cruciale, annunciando 44 miliardi di euro e siamo già a 40 miliardi. Siamo anche alle prime forme di “derisking”, di investimenti privati con un fondo di garanzia che servirà a creare 800mila posti di lavoro dando accesso al credito. Non si tratta quindi di sovvenzioni, ma di permettere alle piccole e medie imprese di svilupparsi. Per il prossimo ciclo finanziario abbiamo anche aumentato le risorse per l’Africa e per tutta la cooperazione in modo esponenziale. Non bisogna dimenticare nemmeno i Paesi a reddito intermedio e a partire dall’esperienza del piano di investimenti, che ora ha una garanzia di 1,5 miliardi di euro, abbiamo proposto una garanzia di 60 miliardi per il prossimo quadro finanziario: vediamo se gli Stati membri saranno d’accordo.

Perché la lotta contro le disuguaglianze è così cruciale per sconfiggere la povertà?
Basti guardare al trend che esiste nel mondo, dove ci sono 25-26 persone che possiedono da sole quanto 3,7 miliardi di persone. In Paesi come il Sudafrica, l’1 per cento della popolazione possiede quasi il 20 per cento del Pil, per non parlare degli Usa. ;a anche in Europa questo fenomeno comincia a mordere in altre forme. Da noi vediamo paure dovute all’accumularsi di tensioni portate da fenomeni come terrorismo e immigrazione irregolare e soprattutto una narrativa che ha enfatizzato i numeri, aumentando le paure stesse. Sulla questione della disuguaglianza dobbiamo parlare il più possibile ai nostri cittadini, per far loro capire che solo attraverso più solidarietà, cooperazione e condivisione si può affrontare quello che è un problema comune.

Tutto ciò si interseca con il fenomeno migratorio…
La questione migratoria, per quanto marginale sia, può aggiungere forme di tensione, soprattutto se la politica, o meglio la cattiva politica, soffia sul fuoco. Io non voglio negare o sottovalutare le paure, l’immigrazione se non è ben gestita rischia di creare ancor più tensione. Ma se è ben gestita, attraverso integrazione e occupazione, l’immigrazione crea ricchezza per tutti.

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