giovedì 26 gennaio 2017
Il segretario della Pontificia commissione per l’America Latina parla del "Continente della speranza" e del messaggio lanciato dalla Chiesa latinoamerina
Guzmàn Carriquiry: «Con il Vaticano II un'identità nuova»
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Il beato Paolo VI l’ha definito il “Continente della speranza”. Ed è proprio un messaggio di speranza quello gridato al mondo dalla Chiesa latinoamericana nell’ultimo mezzo secolo. In cui – per impiegare l’espressione del gesuita brasiliano Henrique da Lima Vaz – essa ha smesso di essere “riflesso” di tendenze teologiche e pastorali europee per divenire “fonte”, con un profilo e voce propri all’interno della cattolicità. Le esperienze di Puebla e Aparecida sono due pietre miliari del percorso. Guzmán Carriquiry Lecour ha partecipato a entrambe come perito. L’attuale segretario della Pontificia commissione per l’America Latina è testimone attento e analista tra i più lucidi della straordinaria stagione del post Concilio nel Continente. Quando, le Chiese latinoamericane hanno saputo affrontare con coraggio “le ingiustizie della realtà che si trovavano di fronte. Lo hanno fatto, però, coltivando la speranza contenuta nella cultura dei popoli e nel tesoro di fede della religiosità popolare”, spiega lo studioso, tra i relatori alla conferenza internazionale in corso allo Sturzo.

Che insegnamento trarne per il mondo e la Chiesa attuali?
E’ un invito a non ripiegare di fronte a situazioni difficili, a non cadere nel disfattismo, a non preoccuparsi esclusivamente della propria auto-conservazione, a liberarsi dalla trappola della chiusura ostinata come da quella dell’assuefazione a una realtà sempre meno cristiana, a non vivere dalla rendita di un patrimonio che va disperdendosi, a cercare ancora e ancora cammini più adeguati per la missione. La Chiesa latinoamericana ha contribuito poco all’elaborazione dei documenti del Vaticano II.

Che cosa è accaduto dopo?
L’irruzione dello Spirito in quel grande evento ha messo in modo nel Continente una dinamica di profonda revisione della vita ecclesiale e la novità di una rinnovata inculturazione del Vangelo nella realtà. Nella seconda Conferenza generale dell’episcopato di Medellín del 1968, per la prima volta, i vescovi dell’intera regione si sono riuniti per affrontare la realtà latinoamericana e la missione della Chiesa alla luce degli insegnamenti del Concilio. La questione dei poveri e della liberazione sono state messe in primo piano. Nei 50 anni successivi c’è stato un dinamismo impressionante, segnato da variegate esperienze pastorali e dibattiti teologici, da molte novità di vita unite a gravi crisi e conflitti che hanno richiesto tanto discernimento. Poiché la presa di coscienza della Chiesa latinoamericana ha coinciso con il suo servizio a un Continente lacerato da ogni tipo di trasformazioni, lacerazioni, polarizzazioni. Di fronte a tali situazioni, essa ha saputo mostrare, in molte occasioni, quella prossimità misericordiosa, solidaria, missionaria con il popolo che papa Francesco cerca di incoraggiare ovunque nel mondo. Al contrario, l’Europa del post-concilio appare soffocata dal peso di un’inaudita scristianizzazione. Anche se, sotto la cenere, covano le braci della fede, accese da tanti secoli di tradizione cristiana, che continuano ad alimentare le Chiese più giovani.

Come si configura la Chiesa latinoamericana dopo Aparecida?
A maggio, celebreremo il decimo anniversario della quinta Conferenza generale dell’episcopato ad Aparecida. Il suo documento finale ha indicato preziosi orientamenti ecclesiali, frutto della convergenza delle più differenti sensibilità del cattolicesimo latinoamericano. La Chiesa del Continente ha progredito in unità, comunione, discernimento, fondamento su ciò che più importa. Jorge Mario Bergoglio, protagonista fondamentale dell’evento, ha scritto come “l’incontro con Cristo”, personale e comunitario, costituisca l’asse trasversale che ne percorre e anima gli insegnamenti. Il concetto di “missione continentale”, tuttavia, è stato forse troppo esigente e ambizioso. Non è riuscito a incarnarsi nella realtà latinoamericana, in modo organico, in modo da raggiungere le esperienze locali più disperse. Ci saremmo attesi una maggiore effervescenza spirituale, teologica, missionaria. Ci sono generose esperienze cristiane ovunque. Molti fedeli “addormentati” si sono risvegliati, tanti lontani si sono riavvicinati, il passaggio verso altre comunità cristiane è diminuito, la religiosità popolare è più viva che mai. La Chiesa latinoamericana, però, non può evitare di porsi un interrogativo inquietante: è davvero all’altezza delle nuove esigenze e delle responsabilità che pone “l’era Bergoglio”? Impressiona, inoltre, la distanza tra l’attuale Pontificato – e le sfide che pone – e la realtà latinoamericana che, nella sua proiezione politica, appare confusa, incapace di rispondere adeguatamente alle necessità di dignità, giustizia, equità dei popoli.

Perché è importante guardare alla Chiesa latinoamericana?
Proprio come abbiamo voluto studiare in profondità la storia della Polonia “semper fidelis”, delle eroiche lotte del suo popolo, dei suoi poeti, filosofi, teologi, per comprendere meglio la novità del Pontificato di papa Wojtyla, ora è importante conoscere il contesto per comprendere seriamente seriamente ciò che comporta il Pontificato di papa Bergoglio. Un cattolico porteño (di Buenos Aires, ndr) – molto porteño -, un cattolico argentino – molto argentino -, un cattolico latinoamericano – molto latinoamericano -, un cattolico gesuita – molto gesuita -, che la Provvidenza di Dio ha forgiato e condotto fino al soglio di Pietro. Non si raggiunge l’universale se non a partire dalla propria particolarità. Chi in Europa avrebbe conosciuto gli scritti di Lucio Gera e Rafael Tello, la genialità di Alberto Methol Ferré, il pensiero filosofio di Juan Carlos Scannone, chi avrebbe letto con attenzione il documento di Aparecida ¬– unita da vasi comunicanti ad Evangelii Gaudium -, chi si sarebbe interessato alla “teologia del popolo”, chi avrebbe affrontato con tanta profondità evangelica la questione dell’amore per i poveri, la misericordia verso i feriti nel corpo e nell’anima, l’attenzione per i migranti e rifugiati giunti dall’universo della guerra e della fame, chi lo avrebbe fatto in quest’Europa distratta, ripiegata, disorientata se non fosse stato per l’irruzione del Papa venuto dall’altro lato dell’Oceano?

Lei ha definito papa Francesco “una sorpresa”…
E’ una sorpresa di Dio poiché si tratta del primo Papa latinoamericano nella storia bimillenaria della Chiesa. Continuano a risuonare con forza quelle parole pronunciate da Benedetto XVI alla fine del suo Pontificato: “Non siamo noi a condurre la Chiesa. Nemmeno il Papa la conduce, è Dio che la conduce”. Da una parte, c’è la sorpresa dell’evento inedito, del quale probabilmente non abbiamo ancora compreso a fondo l’immensità delle implicazioni. E’ la sorpresa della novità della testimonianza del Papa che viene dall’America Latina all’interno della continuità dei successori di Pietro. Dall’altra, non saremmo dovuti rimanere così sorpresi, anche basandoci esclusivamente su una prospettiva umana, dato che il 60 per cento dei cattolici vive nel Continente americano. Chi, come me, ha avuto il dono di conoscerlo da vicino, aveva la certezza spirituale che Jorge Mario Bergoglio fosse destinato al soglio di Pietro.

Quali sono gli elementi più significativi dello “stile Francesco”?
La saggezza teologica, spirituale e pedagogica con cui il Papa ci ha fatto esplorare a fondo il mistero della Misericordia. Il Vangelo pregato contemplato e condiviso a piene mani nella quotidianità, come lo condivide nelle Messe mattutine e da cui vuole che sia permeata tutta la vita ecclesiale. E, insieme a questo, l’invito urgente a un incontro personale con Cristo per noi peccatori mendicanti della sua grazia, affinché ci cambi nonostante le nostre resistenze e miserie. La conversione pastorale a cui Francesco ci spinge richiede un esame attento della vita delle nostre comunità cristiane. Conversione pastorale vuol dire anche conversione dei pastori. E vuol dire conversione missionaria, senza restare fermi ad aspettare la gente, chiusi nei recinti ecclesiastici. Vuol dire, infine, conversione alla solidarietà, animata dalla “caritas Christi” nell’amore privilegiato ai poveri, agli esclusi, agli scartati da un mondo fondato sull’idolatria del potere e del denaro.

Popolo è un termine fondamentale della teologia e della cultura latinoamericana. Spesso in Europa si fa fatica a comprenderlo o si liquida come “populismo”…
Non mi piace l’utilizzo indiscriminato, superficiale e ideologico della categoria “populismo”. Un imbuto in cui si fa rientrare tutto e il contrario di tutto: dai populisti russi di fine Ottocento ai grandi movimenti popolari e nazionali latinoamericani per arrivare a Trump e alle formazioni anti-Ue. Dunque, ormai, non è più una categoria analitica adatta a comprendere la realtà. E, per di più, suscita il sospetto che ad impiegarlo siano minoranze tecnocratiche e ideologiche per disprezzare il popolo. Quel popolo che vedono come massa da manipolare o clientela elettorale. Tutto per il popolo, però senza il popolo reale. Ciò si è verificato anche in alcune tendenze rinnovatrici in ambito ecclesiale, nella prima fase del post-concilio, con il loro rifiuto della religiosità popolare. In America Latina, “popolo” ha una connotazione affettiva. Non è massa. E’ memoria di una tradizione condivisa, ethos di convivenza, tavolo di lavoro comune, ideale di vita buona, destino comune. C’è una gioia profonda nell’appartenere e nell’identificarsi con il proprio popolo. Quest’ultimo è soggetto della propria storia, in una dinamica di fraternità. Certo, il popolo è sempre minacciato dalle oligarchie che se ne approfittano e lo sfruttano, dalle correnti che vogliono sfilacciare il tessuto familiare e sociale, che vogliono affermare un individualismo esasperato. Grazie a Dio la Chiesa è santo e fedele Popolo di Dio che, nella sua essenza teologica, storica e sociale, cammina con i popoli latinoamericani in virtù dell’incarnazione, dell’inculturazione.

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