giovedì 26 febbraio 2015
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Aleppo è circa 400 chilometri a ovest di Hasakah, ma nessuno ormai in Siria può sentirsi tranquillo in un Paese che «ormai ha intriso di sangue il deserto, il mare, le città», dichiara ad Avvenire Georges Abou-Khazen, vicario apostolico di Aleppo dei Latini. Negli ultimi giorni, afferma Terrasanta.net, la morsa della guerra civile si è stretta in modo drammatico attorno alla città: il 17 febbraio l’esercito di Assad spalleggiato da Hezbollah ha sferrato un attacco a sorpresa contro i ribelli a Nord dell’abitato per prendere il controllo delle vie di comunicazione con la Turchia. È saltata così ancora una volta la tregua proposta dell’inviato dell’Onu Staffan de Mistura. Intanto la comunità cristiana lotta con tutte le sue forze per mantenere la normalità: scuole aperte, accoglienza dei profughi, numerose iniziative di dialogo che lasciao sorpresi i musulmani.Monsignor Abou-Khazen quali notizie avete dai villaggi cristiani nella valle del Khabur?Non abbiamo ancora i particolari esatti: di certo l’Is ha occupato almeno tre villaggi della Chiesa assira. Tutta la popolazione ha dovuto scappare. Hanno rapito almeno 90 persone, tra cui donne e bambini.Temete una nuova Piana di Ninive?Oramai non lo temiamo, lo stiamo constatando. Da qualche anno denunciamo che stanno svuotando la regione dell’elemento cristiano. È esattamente quanto sta succedendo.Con ripercussioni anche ad Aleppo?Pensando a quello che avviene nella valle del Khabur, in altre zone della Siria, all’Iraq e in particolare alla Piana di Ninive abbiamo paura, la popolazione è terrorizzata. Qualcosa potrebbe accadere anche qui ad Aleppo, ma continuiamo a sperare di no.Quanti cristiani sono rimasti ad Aleppo?Non abbiamo statistiche esatte, ogni giorno c’è gente che parte o tenta di farlo sia legalmente, sia illegalmente. Forse la metà della comunità cristiana ha lasciato Aleppo, ma anche le altre comunità, anche molti musulmani se ne sono andati. Ma noi siamo un piccolo gregge, per questo si vede subito la differenza.Cosa chiedete per poter restare in Siria?Chiediamo almeno un cessate il fuoco, di fare pressioni perché i vari gruppi stiano insieme invece di rifornirli di armi per combattersi fra di loro. Se arrivasse un cessate il fuoco, si potrebbe fermare per un po’ di tempo questa la violenza. Tutto il territorio è imbevuto di sangue: deserto, mare, montagne. Una violenza che non risparmia i vari gruppi: i cristiani, i musulmani, tutte le minoranze. Il Santo Padre ha parlato di un ecumenismo del sangue: questo è quello che stiamo vivendo in Siria. Un ecumenismo di sangue fra le varie confessioni cristiane, ma anche un dialogo interreligioso fatto con il sangue delle vittime delle violenze. Per la valle del Khabur siete ormai rassegnati ad assistere a un esodo forzato?C’è già stato in precedenza un esodo che adesso proseguirà. Questo è sicuro. Bisogna vedere se i curdi, che sono in quella zona, saranno aiutati a resistere, altrimenti la tragedia sarà ancora più grande.Numerosi gli appelli alle responsabilità della comunità internazionale. Cosa chiedete per essere aiutati in questa tragica situazione?Non date più armi perché anche questa gente che sta attaccando i villaggi ha mezzi sofisticati, armi che nemmeno i governi della regione possiedono. Di sicuro queste armi non le hanno fabbricate loro, qualcuno gliele ha procurate. Non solo: non comprate più il petrolio da loro e non solo quello: hanno saccheggiato tutto il patrimoni artistico e archeologico. Chi sta comperando tutto questo? Di certo non qualche taleban dall’Afghanistan. Invece si devono aiutate i vari gruppi a stare insieme. Almeno un armistizio e un cessate il fuoco e poi, piano piano, un processo di pace...Un armistizio. A patire da Aleppo?Siamo un po’ scettici, si parla di «congelare la situazione». Poi, però, servono altri fatti. Ma conserviamo ancora una grande speranza.
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