martedì 13 settembre 2016
​Dopo il malore di Hillary e la diagnosi di polmonite, l'America si interroga se 70 anni siano troppi per fare il presidente. Mai prima d'ora 2 candidati così anziani.
Da Wilson a Kennedy, tutti i mali dei presidenti
Usa 2016, sul voto irrompe il fattore età
Settant’anni sono troppi per diventare presidente? Per decenni la vecchia Europa è stata abituata a leader politici “anziani”. Ma negli Usa, lì dover l’età media dei presidenti a inizio mandato è di 55 anni, la domanda è all’ordine del giorno già da tempo, ben prima del malore di domenica occorso a Hillary Clinton. Se nel campo repubblicano Donald Trump ha compiuto 70 anni a giugno, tra i democratici oltre alla quasi 69enne (tra un mese) Hillary a cercare a lungo la nomination c’è stato il 75enne Bernie Sanders, visto come un “rivoluzionario” e per questo paradossalmente catalizzatore dei voti dei più giovani. L’età media dei due candidati alla Casa Bianca 2016 è la più alta di sempre, di conseguenza la loro salute gioca un ruolo fondamentale nella corsa alla presidenza. Ciononostante, sia Clinton che Trump hanno diffuso molte meno informazioni in questo ambito rispetto ai candidati che li hanno preceduti. Lo scorso dicembre il miliardario ha reso pubblico soltanto un breve resoconto sottoscritto dal suo medico. Senza dilungarsi troppo in particolari su battito cardiaco, livello di colesterolo o patologie familiari, la nota descriveva il tycoon in termini entusiasti, sottolineando che sarebbe stato «l’individuo più sano mai eletto alla presidenza ». Il medico autore dello scritto, Harold Bornstein, ammise successivamente di aver compilato la nota in cinque minuti mentre un’automobile scura con qualcuno a bordo aspettava fuori dal suo ufficio per ritirarla. «Lo scorso ottobre il National Enquirer aveva detto che sarei morta in 6 mesi e quindi ogni respiro che faccio mi sembra come una nuova possibilità di vita», ha scherzato recentemente Hillary, durante un’apparizione ad uno show satirico. Indiscrezioni sul suo precario stato di salute circolano dal 2012, quando cadde sbattendo la testa e procurandosi un edema cerebrale. Gli analisti suggeriscono che, invece di focalizzarsi sull’età di un candidato, gli elettori tendono a chiedersi se quello stesso candidato è fisicamente e mentalmente in forma per quel ruolo. «L’opinione pubblica vuole essere sicura che l’eletto possa svolgere il proprio ruolo – sottolinea l’esperto di presidenze Douglas Brinkley –. Fino a tempi recenti i presidenti provavano a nascondere le loro malattie, ora per quanto riguarda la loro salute devono essere un libro aperto». Della stessa opinione è Julian Zelizer, docente di Storia e affari pubblici a Princeton, secondo cui più a lungo i candidati si rifiuteranno di diffondere i loro documenti sanitari, più sembrerà che abbiano qualcosa da nascondere. «Politicamente puntare su una divulgazione piena e trasparente è l’unico modo di agire – sostiene Zelizer –. Se hai un problema di salute puoi star certo che qualcuno prima o poi lo scoprirà». Secondo alcuni esperti, tra l’altro, essere trasparenti sul proprio stato di salute, evidenziando all’opinione pubblica questioni particolari con le quali si hanno difficoltà, tende a umanizzare il candidato. È quel che è successo a Barack Obama, che ha pubblicamente affrontato la sua difficoltà nello smettere di fumare. Il fattore età «torna poi in gioco sia a livello conscio che inconscio», spiega ancora Zelizer. «Obama (47 anni nel 2008) ha beneficiato del desiderio per qualcosa di nuovo. Gli elettori possono pensare: se sei giovane andrai oltre lo status quo. Non è sempre corretto, ma la percezione è questa». Di più, sembra ci siano pochi lavori che invecchiano quanto essere presidente degli Stati Uniti. Almeno stando a uno studio del dottor Michael Roizen della Cleveland Clinic, che studiando i dati medici degli ex presidenti ha ipotizzato che gli inquilini della Casa Bianca invecchino due anni ogni dodici mesi in carica. Altri studi, come quello di Stuart Jay Olshansky dell’Università dell’Illinois, non hanno trovato prove di una inferiore aspettativa di vita per i presidenti Usa. Al contrario, 23 presidenti su 34 morti di cause naturali hanno vissuto oltre l’aspettativa di vita della loro epoca. Certo, niente ci dice l’età di un candidato, né la cartella clinica diffusa loro manager elettorali, sull’aspetto che sarebbe il più interessante di tutti: lo stato di salute del loro cervello. Gli elettori possono essere informati di una appendicectomia subita a dieci anni, ma difficilmente verranno a sapere quanto sia probabile che il loro “campione” resti mentalmente sveglio per i prossimi quattro anni, soprattutto se ha già un’età avanzata. Conforta semmai sapere che quello che il cervello perde in velocità viene spesso compensato da altri aspetti, che portano a scelte migliori e “più sagge” di quelle compiute da un esemplare più giovane. Ronald Reagan, cui ancora spetta il record di presidente eletto più anziano (69 anni, poi 73 al secondo mandato) e considerato tra i migliori della storia Usa recente, è lì a ricordarlo.
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