venerdì 4 maggio 2012
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​Quello che è certo è che il caso del dissidente cinese Chen Guangcheng – protagonista prima di una rocambolesca fuga e poi di un attacco frontale a colpi di intervista anche contro gli Usa – assomiglia sempre più a un prisma. Molte facce, ognuna diversa dalle altre. Libero o ancora perseguitato? Uscito allo scoperto «spontaneamente» o perché minacciato dalle autorità cinesi? «Abbandonato» dagli Usa o ancora fiducioso di poter salire su un aereo, destinazione proprio gli Stati Uniti, addirittura in compagna di Hillary Clinton – come chiesto dallo stesso dissidente cieco –, e così dire addio in maniera definitiva alla Cina? Quello che sembra certo è che piantonato dalla polizia cinese nell’ospedale Chaoyang di Pechino e che i giornalisti che stazionavano davanti all’ospedale sono stati scacciati. La matassa sembra dunque sempre più aggrovigliata e sta creando non pochi imbarazzi ad entrambi le parti in causa. Agli Usa e al ruolo di paladino dei diritti umani da esso interpretato, “parte” sconfessata però dalle dichiarazione di Chen. Alla Cina, che ha tutto l’interesse a spegnare i riflettori sulla vicenda.Chi e come sarà sbrogliata allora la matassa? Funzionari Usa hanno fatto saper di essere pronti a valutare le nuove richieste dello stesso Chen, ammettendo che c’è stato «un cambiamento». La Casa Bianca ha negato che ci siano state pressioni per spingere Chen a lasciare l’ambasciata e lo stesso ambasciatore Usa a Pechino, Gary Locke, lo ha confermato alla Cnn, pur precisando che aveva «intrapreso i preparativi per permettergli di rimanere per anni». Il dissidente subito dopo la “liberazione” si era detto deluso dal comportamento dell’Amministrazione Usa e di temere per la propria vita e dei suoi familiari. Ieri ha prima ammorbidito i toni, esprimendo la «vivida speranza» di poter partire per gli Stati Uniti con la moglie e i due figli a bordo dell’aereo del segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, a Pechino per il dialogo economico e strategico Cina-Usa; poi però è riuscito a mettersi in contatto con il Congresso in seduta. Una telefonata drammatica, durante la quale i deputati Usa hanno ascoltato la sua esplicita richiesta d’asilo, per sé e per i suoi familiari, ribadendo la richiesta di poter lasciare la Cina insieme alla Clinton.Proprio il capo della diplomazia a stelle e strisce è stato protagonista di un botta e risposta con il presidente cinese Hu Jintao. «Noi riteniamo – ha detto l’ex “first lady” – che tutti i governi debbono rispondere alle aspirazioni dei cittadini alla dignità e allo stato di diritto». Replica di Hu: «Date le differenti condizioni nazionali, è impossibile che abbiamo unità di vedute su qualsiasi questione». Di certo gli americani non si aspettavano che Chen si ribellasse a un destino in apparenza scritto: dapprima avevano manifestato disponibilità ad aiutarlo, ma affrettandosi ad aggiungere che le intenzioni del dissidente non erano «chiare». Alla fine hanno però dovuto ammettere che «in 12-15 ore», Chen aveva «cambiato idea» sulla propria permanenza in Cina.
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