sabato 15 ottobre 2016
Duecento Paesi hanno sottoscritto un documento per ridurli. Un primo passo concreto verso gli obiettivi di lotta al surriscaldamento globale firmati a Parigi.
Gas serra, storico accordo in Rwanda
All’indomani dell’appello di papa Francesco alla Fao, perché gli accordi Parigi dello scorso anno sul clima non restino lettera morta, dal Ruanda arriva un segnale forte. Duecento Paesi hanno raggiunto a Kigali un accordo per la progressiva eliminazione dell'uso dei cosiddetti gas Hfc. Si tratta degli idrofluorocarburi, che si trovano in condizionatori d'aria, sistemi di refrigerazione, schiume e aerosol e che hanno un forte impatto sul riscaldamento globale. All'intesa si è arrivati a Kigali dopo una settimana di colloqui e una riunione che si è prolungata per tutta la notte. L'accordo modifica il Protocollo di Montreal che era stato firmato nel 1987 per preservare lo strato di ozono. L'uso di gas Hfc era stato applicato per evitare altri gas che danneggiavano lo strato di ozono, ma ora si prova a sostituirli dal momento che hanno un forte impatto sul riscaldamento globale del pianeta. Il nuovo accordo potrebbe evitare un riscaldamento di 0,5 gradi in questo secolo. «Non è frequente avere l'opportunità di ottenere una riduzione di 0,5 gradi tramite l'adozione di un solo accordo globale», ha commentato il segretario di Stato americano, John Kerry, dopo l'adozione della modifica del protocollo. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (Unep), questa modifica è «il più grande contributo del mondo» agli accordi del vertice sul clima di Parigi dell'anno scorso. «L'anno scorso a Parigi si è promesso di mantenere il mondo sicuro dagli effetti peggiori del cambiamento climatico. Oggi noi portiamo a compimento questa promessa», ha ribadito il direttore esecutivo di Unep, Erik Solheim. Gli Hfc sono fra i gas più dannosi e che più contribuiscono all'effetto sera.Negli ultimi anni le loro emissioni sono cresciute in modo significativo a causa della crescente richiesta di raffreddamento, specialmente nei Paesi in via di sviluppo, con una classe media in rapida espansione e climi caldi. L’entusiasmo espresso alla firma è mitigato comunque da alcune concessioni che sono state fatte a grandi inquinatori, tra questi i giganti asiatici cinese e indiano. La Cina, massima produttrice di gas Hfc, non taglierà la produzione se non a partire dal 2029. L’India, anch’essa fra i maggiori avvelenatori del pianeta, arriverà al 10% di riduzione addirittura nel 2032. Il paradosso è che però potrebbe essere il mercato a sanare il "gap" che la differenza di introduzione potrebbe arrecare. Sarà il mercato infatti a spingere questi colossi ad adeguarsi alla normativa davanti alle produzioni dei Paesi antesignani che reclamizzeranno la «pulizia» dei propri prodotti di fronte alle produzioni «inquinanti» cinesi e indiane. E questo potrebbe spingere le industrie orientali a ridurre i tempi di attuazione: un po’ come quanto sta avvenendo (a livello pubblicitario) con l’utilizzo dell’olio di palma nella produzione di cibo che è finito per essere elemento discriminante nelle campagne di promozione. Proprio per questo in molti si azzardano ora a definire comunque l’accordo di Kigali come «monumentale».
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