martedì 10 settembre 2019
Dopo la tragedia del 2011, per mancanza di spazio nelle strutture di stoccaggio, la Tokyo Electric Power Company Holdings (Tepco) potrebbe scegliere di scaricare i residui nucleari in mare
L'impianto di GFukushima, colpito nel 2011 dallo tsunami (Ap)

L'impianto di GFukushima, colpito nel 2011 dallo tsunami (Ap)

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Le acque radioattive della centrale nucleare giapponese di Fukushima Daiichi, danneggiata da terremoto e tsunami del 2011, dovranno essere riversate nell'oceano Pacifico. Ad affermarlo è stato il ministro giapponese dell'Ambiente, Yoshiaki Harada, in un incontro con i giornalisti. Ha detto loro che «gettare in mare è il solo mezzo», aggiungendo che si tratta di «un semplice consiglio» e che «il governo nel suo insieme ne discuterà con prudenza». La portavoce del governo, Yoshihide Suga, ha subito reagito definendo «personali» le proposte di Harada, che mercoledì dovrebbe lasciare l'esecutivo guidato dal premier Shinzo Abe in occasione di un rimpasto annunciato. La proposta espressa dal ministro per gestire i milioni di tonnellate di acqua pompata nelle installazioni radioattive e conservata nelle cisterne è in realtà un'opzione valutata da anni.

Secondo la compagnia Tepco, inoltre, le cisterne saranno piene nel 2022, quindi vengono studiate soluzioni per aumentare lo stoccaggio, anche se l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) spinge il governo giapponese ad agire. Nel 2014 l'agenzia aveva consigliato «di versare in modo controllato in mare» i liquidi. Un'altra commissione governativa giapponese studia dal 2016 l'ipotesi, valutando i danni collaterali sull'immagine del Giappone e l'impatto sui settori agricolo e della pesca.

L'energenza nucleare a Fukushima non è finita (Ansa)

L'energenza nucleare a Fukushima non è finita (Ansa)

Nel 2016 una commissione di esperti incaricata dal ministero dell'Industria di Tokyo l'aveva definita «la soluzione più rapida e meno costosa», senza escluderne altre meno «praticabili» e più costose. Secondo gli esperti servirebbero 7 anni e 4 mesi per riversare le acque contaminate in modo che si diluiscano, con un costo stimato pari a 28 milioni di euro. Altri tecnici hanno affermato che s'impiegherebbero almeno 8 anni e il costo sarebbe 10 volte superiore. Attualmente nulla è stato deciso per diluire queste acque in mare, perché le concentrazioni di trizio e altre sostanze radioattive sono al di là dei limiti. «Bisogna rispettare standard» internazionali prima di poter rovesciare in mare le acque, ha dichiarato una fonte ministeriale.

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