sabato 1 agosto 2015
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Un «atto terroristico», lo ha definito il premier Benjamin Netanyahu. L’attacco alle due famiglie palestinesi di Kfar Douma, in cui è morto un bimbo di 18 mesi, da parte di un gruppo di coloni estremisti rischia di far salire ulteriormente la tensione politica in Cisgiordania. Rendendo ancor più arduo il dialogo fra Israele e l’Autorità nazionale palestinese. «Quale dialogo? Purtroppo al momento non vi è alcun dialogo. Come è ovvio dato che una parte continua a chiedere la distruzione dei rivali. E l’altra, preda delle proprie paure, diventa sempre più intransigente». Giuseppe Laras, rabbino capo di Milano fino al 2005, presidente emerito dell’Assemblea rabbinica italiana e presidente del tribunale rabbinico dell’Italia settentrionale, è una delle voce più note dell’ebraismo in Italia. Il suo impegno per il dialogo ebraico-cristiano – insieme al cardinale Carlo Maria Martini –, nel segno del Concilio Vaticano II, l’ha reso un riferimento a livello internazionale. Le notizie che arrivano da Israele addolorano l’illustre studioso. «Ma continuo a sperare. Perché sono un ottimista. E perché non possiamo permetterci di cedere alla disperazione», dice ad Avvenire. In quest’ottica, secondo il rabbino Laras, la scelta di portare alla Corte Penale internazionale il caso di Kfar Douma «non fa che accrescere ed esasperare le tensioni. La soluzione va cercata all’interno delle parti. Entrambe devono maturare la consapevolezza che non vi è né vi può essere altra soluzione al di fuori del dialogo. Israeliani e palestinesi devono sedersi intorno ad un tavolo e ragionare insieme ad un accordo di pace nella certezza che non vi è alternativa. O, meglio, non vi è altra alternativa ragionevole. L’altra opzione è la distruzione reciproca». Per evitare che si imbocchi quest’ultima strada senza uscita – aggiunge il rabbino – «è fondamentale non lasciare che la situazione precipiti. Il che vuol dire mettere da parte atteggiamenti radicali inutili e dannosi. Purtroppo la tensione alimenta gruppuscoli estremisti che sfuggono a qualunque controllo. È il caso dei responsabili della morte del bimbo palestinese. Un atto criminale feroce e senza logica». Anche Sergio Della Pergola, docente di demografia e statistica dell’Università ebraica di Gerusalemme e profondo conoscitore della realtà israeliana, è convinto che l’aggressione alle due case palestinesi sia stato compiuto da una banda di esaltati. «La cui rappresentatività rispetto alla società israeliana è inversamente proporzionale alla capacità di far danni – sottolinea il docente -. Si tratta ciò di bande minuscole, “schegge impazzite” che, però, possono causare enormi problemi ». Come ha dimostrato l’assassinio di Yitzhak Rabin, esempio tragico ed emblematico – afferma Della Pergola – di questa fenomenologia criminale.  Lo studioso non esclude che vi siano «dei cattivi maestri fra gli intellettuali e gli stessi politici israeliani. Ma questo accade anche in Europa, Italia inclusa. Oltretutto assistiamo a un’escalation di violenza in tutto il Medio Oriente. E tale spirale coinvolge il mondo ebraico, molto più variegato e complesso, però, di come appare. Di sicuro, l’opinione pubblica israeliana non è in maggioranza estremista ». E Netanyahu lo è? «Il premier è un mistero. Potrebbe essere un pragmatico che cela le carte o un ideologo che dice quel che pensa – risponde Della Pergola –. Spero nella prima ipotesi. Ma, purtroppo, non escludo la seconda».
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