mercoledì 12 ottobre 2011
​Dimissione del vice-premier contro l'uso della forza, ma la Giunta le congela. In 20 mila ai funerali dei cristiani uccisi domenica dall'esercito.
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La violenza usata dalle autorità egiziane contro i copti domenica scorsa – 25 o 36 cristiani uccisi dalle forze di polizia secondo bilanci diversi – ha determinato pesanti conseguenze politiche nel Paese nordafricano. Ieri il mini­stro delle Finanze e vice-premier Hazem al-Beblawi ha ras­segnato le dimissioni per protestare contro l’uso eccessivo della forza nella repressione, e la sua decisione ha trascina­to tutto l’esecutivo nel caos. «Anche se il governo non è direttamente responsabile – del­la strage –, alla fine la responsabilità ricade comunque sul­le sue spalle», ha detto Beblawi all’agenzia Mena. «Le attua­li circostanze sono molto difficili e richiedono un nuovo mo­do di pensare e di lavorare», ha aggiunto. Un’iniziativa del tutto personale, la sua, ma che ha messo in crisi i delicati rap­porti di forza interni al governo e tra il governo e i militari al potere. Sono infatti cominciate a circolare voci sulle dimissioni di tutto il gabinetto egiziano. Voci che una fonte ufficiale si è affrettata a smentire («l’esecutivo sta continuando a lavora­re », ha detto un portavoce). Ma che sono state alimentate da una dichiarazione sibillina dello stesso premier Essam Sharaf, passibile di interpretazioni diverse. «Le nostre di­missioni sono nelle mani del Consiglio supremo delle For­ze armate, che può accettarle in qualsiasi momento», ha det­to Sharaf. La frase può in effetti significare che l’intero governo ha deciso di rimettere il manda­to alla giunta. Ma secondo alcu­ni osservatori si tratta solo di un semplice “commento” alle di­missioni del vice-premier. Le cose non si sono chiarite nem­meno in serata, quando Beblawi ha annunciato che le sue dimis­sioni sono state congelate dal ca­po del Consiglio supremo delle Forze armate, Hussein Tantawi («non ritirerò le mie dimissioni – ha spiegato il vice-premier –, ma il Consiglio supremo militare le ha respinte e ora so­no in una situazione difficile»), aggiungendo di non sapere nulla a proposito di un dietrofront di tutto l’esecutivo. Resta dunque un mistero la sorte del governo ad interim. Una situazione decisamente confusa. Che però denuncia con chiarezza la fragilità di tutti gli attori in causa. La debo­lezza del governo, diviso al suo interno tra un’ala più mor­bida che vivacchia sotto la protezione della giunta e una fronda più sensibile agli echi, in fondo ancora così vicini, della rivolta di febbraio. E la debolezza dei militari, che han­no tutto da guadagnare da un’instabilità politica che fa del­l’Esercito l’unica autorità in campo. Ma che hanno anche molto da perdere se la situazione sfugge loro di mano. Se si dimostrano incapaci di gestire le tensioni interne al Paese. Esattamente come è successo domenica. Ieri, una folla commossa di oltre 20mila persone ha parte­cipato ai funerali di 17 delle vittime. Le esequie, ha riporta­to Asianews , si sono tenute nella cattedrale copta del Cairo, dove il sacerdote incaricato del rito ha definito gli uccisi «martiri che hanno salvato la Chiesa». Prima di entrare nel­la cattedrale la folla ha percorso il tratto che unisce l’ospe­dale copto in Ramses street al quartiere di Abasseya al grido «noi musulmani e cristiani siamo una cosa sola».
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