sabato 3 dicembre 2011
A quattro giorni dalla tornata iniziale slittano ancora gli esiti ufficiali. Le indiscrezioni danno Giustizia e Libertà al 40%. Il popolo di Tahrir è tornato in piazza per ricordare le 42 vittime degli scontri con la polizia.
Conferma nelle urne d'Egitto: i blog non bastano a far primavera di Luigi Geninazzi
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L'unico dato certo – a quattro giorni dal primo voto libero dopo il trentennale “regno del Faraone” – è l’affluenza: il 62 per cento degli aventi diritto, otto milioni di egiziani. «Un risultato storico» – ha detto il presidente della Commissione elettorale Abdel Muazz – ma per nulla sorprendente. Da giorni circolavano indiscrezioni sull’alta partecipazione nei nove governatorati “apripista” di un lungo processo elettorale che terminerà solo a gennaio. Nessuna certezza, invece, sull’atteso verdetto delle urne: la Commissione ha fornito un elenco nominativo dei candidati della quota uninominale passati al primo turno o in attesa di ballottaggio, previsto per lunedì.Sulle cifre aggregate relative alle liste proporzionali – con cui verranno attribuiti due terzi dei 366 seggi – ancora nessun dato ufficiale. Solo indiscrezioni dei media locali che si fanno di ora in ora più inquietanti. Giustizia e Libertà, il partito dei Fratelli Musulmani, avrebbe ricevuto il 40 per cento dei voti. Un’ipotesi prevista e prevedibile, data la capillare rete assistenziale creata nei decenni della dittatura. In cui la Fratellanza, ufficialmente bandita dalla vita politica, è riuscita comunque a sopravvivere. La persecuzione dei suoi membri le ha permesso di acquisire credito nei confronti della popolazione, soprattutto delle classi popolari che beneficiano della loro attività caritativa. A choccare gli osservatori non è stato, dunque, il presunto successo dei Fratelli ma la valanga di suffragi che – sempre secondo indiscrezioni – avrebbe ricevuto l’ala dura degli islamisti, cioè i salafiti. La coalizione “al-Nour” avrebbe ottenuto un inatteso – fino a qualche settimana fa – 20 per cento. Il che la porterebbe “pericolosamente” vicina al Blocco egiziano, formazione laica e liberale, a cui rischierebbe di strappare il secondo posto.

Uno scenario preoccupante non solo per gli Stati occidentali ma anche per gli stessi dissidenti moderati. I salafiti si ispirano all’Arabia Saudita e reclamano la segregazione dei sessi, il divieto di alcol, musica e letteratura «non islamica». Il portavoce Nader Bakkar ha cercato ieri di rassicurare i cristiani affermando che i loro diritti sono tutelati dalla sharia. Ma ha ribadito le accuse contro il Nobel per la letteratura Naguib Mahfouz: i suoi romanzi – ha detto – «mostrano l’Egitto come un grande bordello». Affermazioni che spaventano il “popolo di Tahrir”, tornato in piazza per l’ennesima volta negli ultimi giorni. I dimostranti hanno ricordato le 42 vittime degli scontri con la polizia lo scorso mese. Ma soprattutto hanno cercato di “riprendersi la rivoluzione”. Quella rivoluzione di cui sono stati i principali artefici e che ora corre il rischio di venire “scippata” dai militari – poco propensi a lasciare il potere – da un lato, e dagli islamisti dall’altro.

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