sabato 5 marzo 2011
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Un presidente eletto e uno che non se vuole andare. In Costa d’Avorio a oltre tre mesi dal voto dello scorso 28 novembre si sta verificando il peggiore degli scenari possibili: il caos ha preso il sopravvento e la violenza dilaga. Il Nord Africa o il Medio Oriente non sono poi così lontani, almeno se si guarda il mappamondo, ma qui non è in corso alcuna rivolta per il pane. Il braccio di ferro politico tra Alassane Ouattara, riconosciuto dalla comunità internazionale come vincitore delle elezioni, e Laurent Gbagbo, capo di Stato dal 2000, rischia di trasformarsi in una replica della guerra civile che ha insanguinato il Paese tra il 2002 e il 2003. Nelle ultime ore gli scontri tra le opposte fazioni sono aumentate d’intensità. Nella metropoli di Abidjan si sono viste terribili scene di guerriglia urbana e le milizie fedeli al presidente uscente hanno ucciso sei donne inermi che manifestavano. Secondo fonti Onu, dall’inizio della crisi si registrano 365 vittime. Nel frattempo si è innescata un’emergenza umanitaria. Almeno 68.000 profughi hanno preso la via della Liberia, mentre nella sola Abidjan si contano 200.000 sfollati. «Migliaia di persone sono in fuga e l’esodo potrebbe assumere proporzioni enormi», ha detto ieri Alessandro Rabbiosi, delegato di Terre des Hommes in Costa d’Avorio. «A causa della violenza nelle strade di Yopougon, una delle municipalità di Abidjan, abbiamo dovuto chiudere la nostra Casa del Sole, un centro d’accoglienza per bambini di strada che negli ultimi giorni aveva registrato il triplo di frequentazioni e di richieste d’aiuto e sostegno psicologico rispetto all’attività di routine». La Francia ha chiesto Consiglio dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite una «commissione d’inchiesta credibile e imparziale sotto la protezione dell’Onu». Le sanzioni imposte dalla comunità internazionale contro l’ostinato Gbagbo, così come il bando delle esportazioni di cacao invocato da Ouattara, hanno avuto finora risultati contrastanti. La situazione infatti è ulteriormente precipitata quando il duello tra i due presidenti si è trasferito sul piano economico. Basti dire che giovedì scorso migliaia di ivoriani hanno dato l’assalto all’unico bancomat aperto ad Abidjan, quello di un istituto francese sequestrato da Gbagbo, Bnp Paribas. Tutto è iniziato lo scorso 23 gennaio, quando Ouattara in una lettera spedita alle industrie del settore ha sollecitato un bando delle esportazioni di cacao. Il bando, scaduto il 23 febbraio e poi rinnovato fino al prossimo 15 marzo, è mirato a togliere ossigeno alle casse di Laurent Gbagbo. Il governo ivoriano infatti genera circa un miliardo di dollari all’anno dai tributi sulle esportazioni di cacao, di cui è il maggiore esportatore mondiale. La rappresaglia non si è fatta attendere. Il presidente uscente ha spedito i suoi uomini a sequestrare le riserve locali della banca centrale dell’Africa occidentale. L’istituto di emissione si è visto così costretto a interrompere le operazioni nel Paese. Per risultato le transazioni non sono state più garantite e la liquidità ha preso a scarseggiare. A metà febbraio tutte le banche internazionali hanno chiuso gli sportelli. Fra i 700mila coltivatori di cacao si sono levate le prime proteste. Le scorte si accumulano nei loro silos. Gli esportatori non sanno come pagarli. E mentre come conseguenza del blocco i prezzi della commodity sui mercati internazionali sono saliti ai massimi da 32 anni, i produttori locali devono invece abbassare le loro aspettative se vogliono svuotare i magazzini. Gli esportatori di cacao hanno deciso di rispettare l’appello di Ouattara, ma anche se volessero ignorarlo sono sempre meno le navi che attraccano nei porti ivoriani, in virtù di un embargo deciso dall’Unione europea. Non è chiaro se Ouattara intenda prorogare nuovamente lo stop delle esportazioni. La comunità internazionale per ora sostiene e incoraggia gli sforzi del presidente eletto. Ma il piano ordito per strangolare economicamente il rivale potrebbe sfuggirgli di mano. E a farne le spese non sarebbe né uno né l’altro presidente, ma i più poveri fra i loro elettori.
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