mercoledì 7 giugno 2023
L'acqua e il fango bloccano le manovre a Sud. La geografia della regione è stravolta: i piani di Kiev, se mai esistiti, non reggono più. E modificarli richiederà tempi lunghissimi
Una immagine satellitare dell'area industriale di Kherson allagata

Una immagine satellitare dell'area industriale di Kherson allagata - Reuters

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Una cosa è certa: il disastro di Nova Kakhovka non ha solo conseguenze umanitarie e ambientali. Incide enormemente anche sul piano militare. Nessuno sa se Kiev intendesse attaccare nel settore della diga, per riprendersi il sud e puntare sulla Crimea, via Oleshky. Di sicuro, però, ora non potrà più farlo. Per due motivi. Il primo: le evacuazioni dei civili assorbiranno risorse che mancheranno ai soldati. Parliamo di mezzi da trasporto, di ricoveri ed edifici e, soprattutto, di materiali sanitari d’urgenza. Non ci saranno margini di manovra per molto tempo, anche perché le strade saranno al limite dell’ingorgo. Secondo: la diga era uno dei pochissimi passaggi sicuri fra le due sponde del Dnepr. Il suo crollo ha trascinato anche un ponte. Con l’inondazione, è mutato il corso del fiume, ampliandosi in larghezza.

Il Dnepr era problematico già prima del disastro. Guarda caso, solo le anse che correvano nella provincia di Kherson erano meno proibitive. Oggi tutto è cambiato, perché la geografia è sconvolta. I piani di Kiev, se mai esistiti, non reggono più. Tenevano conto di certi sbarramenti, dei punti fattibili sulla diga e dei tratti navigabili sul Dnepr. Nulla è più come prima. Modificare i piani assorbirà un’infinità di tempo. L’inondazione favorisce purtroppo l’Armata Rossa perché preserva il sud-est da attacchi, santuarizzando la Crimea. Riduce il fronte da presidiare, anche ammettendo che i russi hanno dovuto ripiegare per chilometri. Poco male, visto che per le settimane a venire non dovranno preoccuparsi di eventuali assalti anfibi sul fiume: le sponde non sono agibili. Nemmeno le imbarcazioni fornite dagli americani sono utilizzabili perché i fondali sono zeppi di nuovi detriti. C’è il rischio di incagliamenti. Se Kiev pensava di emulare qui le imprese delle Tigri Tamil, dovrà rinunciarci. Durante tutta la guerra civile, i ribelli cingalesi sferrarono miriadi di azioni anfibie. Usarono piccole imbarcazioni per traghettare migliaia di uomini. Fu un successo, oggi irrealizzabile sul Dnepr. Non è l’unica sventura. Anche le puntate offensive tentate nei giorni scorsi nel Donbass sarebbero state respinte dai russi.

Scrivendone sul New York Times, David Ignatius è comunque ottimista. Parla di avanzate di 5-10 km. Quanto credergli? I comandi di Kiev stanno censurando le notizie dal fronte. I russi sono invece prodighi di dati e video. Molti sanno di propaganda dozzinale. Riferiscono di 10 carri armati e di quaranta blindati nemici distrutti. Forse anche un Leopard. I morti ucraini sarebbero 250 e 750-1000 i feriti. Cifre enormi, certamente esagerate, ma che spiegherebbero in parte i silenzi ucraini. Se i dati fossero corretti sarebbe un disastro. Perdite simili, occorse in 24 ore, annienterebbero in due giorni 6mila uomini: un’intera brigata. Molti analisti, citati da Andrea Lavazza su Avvenire, ritengono inverosimili blitzkrieg ucraine. Che cosa dobbiamo dedurne? Di questo passo, senza offensive lampo, le 12 brigate imbastite dall’Occidente per Kiev evaporerebbero in un mese di attacchi. Mancando i jet che coprano le forze meccanizzate, la riconquista nazionale sarà un’impresa, perché l’artiglieria non può tutto. Kiev imbraccia oggi un fucile con un unico colpo in canna. Sparato quello non ha più nulla. Le riserve strategiche dei mesi scorsi basteranno per poco tempo. Ne vale la pena dissanguarsi per riconquistare pochi chilometri nel Donbass e, forse, 2-3mila metri a sud? Meglio ascoltare i moniti di chi guarda lontano: questa guerra non ha soluzioni militari. Inutile girarci intorno.

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