sabato 11 gennaio 2014
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Non conosce tregua il braccio di ferro giudiziario fra il governo socialista e l’umorista Dieudonné M’Bala M’Bala, in arte Dieudonné, accusato più che mai di antisemitismo dopo la pubblicazione nei media di stralci dello spettacolo intitolato «Il muro», programmato in queste settimane in tournée in grandi sale da migliaia di posti in tutto il Paese, dopo decine di rappresentazioni parigine nel ristretto Teatro della Main d’or. Ieri, il Tribunale amministrativo di Orléans ha confermato la decisione di proibire la rappresentazione prevista in serata a Tours. Immediatamente, la squadra di legali dell’umorista ha presentato ricorso al Consiglio di Stato. E quest’ultimo, com’era già avvenuto la vigilia nel caso di Nantes, ha dato ragione al potere esecutivo. Per il mediatico ministro socialista dell’Interno Manuel Valls, che con l’avallo esplicito dell’Eliseo ha lanciato l’offensiva contro Dieudonné, la Francia vive in queste ore «una vittoria della Repubblica». E di «trionfo dei valori della democrazia» ha parlato pure il Congresso ebraico europeo. Ma non pochi osservatori s’interrogano sull’opportunità di condurre la battaglia sul crinale scivoloso della giustizia amministrativa, che prevede verdetti specifici per ogni singola rappresentazione. Giovedì, in poche ore, si era già assistito a una sorta di “flipper giudiziario”, dato che inizialmente il Tribunale amministrativo di Nantes aveva dato ragione a Dieudonné, prima del definitivo stop deciso dal Consiglio di Stato a seguito del ricorso del Ministero dell’Interno. Non certo uno scenario ideale per corroborare l’immagine della giustizia. In effetti, tanti biasimano la visibilità ottenuta così da Dieudonné, che cerca da tempo d’issarsi al rango di eroe «antisistema», agitando il repellente canovaccio della «cospirazione sionista» che tiene in pugno la società. Gli stessi osservatori ricordano i trascorsi del personaggio anche fuori dalle sale da spettacolo. In occasione delle Europee del 2009, in particolare, Dieudonné aveva provocatoriamente guidato una “lista antisionista”, trasferendo il proprio narcisismo perverso nell’arena politica. Già condannato penalmente sul piano finanziario, Dieudonné è riuscito finora a evitare di pagare grazie a un abile carapace di società di produzione. Ufficialmente, si dichiara «insolvibile», anche se il fisco è sulle tracce d’ingenti trasferimenti sospetti di fondi verso il Camerun, patria del padre dell’umorista. Secondo un sondaggio Ifop, il 71% dei francesi ha un’opinione negativa dell’umorista. Ma fra quanti lo seguono, non pochi vedono già in lui un «martire del sistema». La vicenda ha preso le proporzioni di un affare di Stato anche sullo sfondo di un clima deleterio di «feroce diffidenza» verso la politica, come la definisce il Centro di ricerca sulla vita politica francese (Cevipof), unità di punta della prestigiosa Fondazione di studi politici (Sciences Po). Gli ultimi dati del serissimo “barometro della fiducia politica” del Cevipof mostrano che «il 60% dei francesi non ha fiducia né nella sinistra, né nella destra per governare il Paese». E in proposito, il braccio di ferro in corso e la rischiosa mossa dell’esecutivo socialista all’insegna della fermezza sono interpretati pure in vista delle imminenti elezioni comunali del 23 e 30 marzo, che potrebbero consegnare all’ultradestra di Marine Le Pen (che viaggia attorno al 20 per cento nelle rilevazioni nazionali) diversi centri nel Midi e lungo il versante orientale flagellato dalla desertificazione industriale e dalla disoccupazione.​ (Daniele Zappalà)

Sono molte le frasi del comico che sono state giudicate antisemite. Eccone alcune:
«Come presidente, mi sono fermato a Pétain. Amo tanto il berretto, i baffi Trovo che assomiglia a Mario Bros. No, questo tipo era buffo. Razzista? Un tantino Ma molto meno di François Hollande»
Oppure
 «L’Olocausto ci è costato caro» e «ho fatto pipì sul Muro del Pianto»​ (Daniele Zappalà)
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