giovedì 29 dicembre 2016
Ultimo affondo del segretario di Stato Kerry. Gerusalemme rinvia il voto sugli insediamenti.
(Foto d'archivio Lapresse)

(Foto d'archivio Lapresse) - LaPresse

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Una contrapposizione stridente: poche volte era stato così netto il divario di visioni tra un’Amministrazione americana uscente e una entrante su un tema caldo come il Medio Oriente. Il tutto si è materializzato ieri, quando il segretario di Stato John Kerry ha presentato l’“eredità” di Barack Obama per un futuro accordo tra Israele e Autorità nazionale palestinese (Anp), tratteggiando le linee che la comunità internazionale potrebbe approvare nella conferenza sul Medio Oriente che si terrà a Parigi il 15 gennaio.

Nelle stesse ore, però, il presidente eletto Donald Trump sconfessava l’Amministrazione Obama, esortando gli israeliani a tenere duro fino al 20 gennaio, data del suo giuramento e, quindi, di un riavvicinamento dei due Paesi. Sullo sfondo, la decisione del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, di bloccare l’approvazione di nuove colonie a Gerusalemme est, decisione forse dettata dalla volontà di non andare allo scontro aperto con gli Usa. Dopo anni di spola tra Washington e Tel Aviv, Kerry ha sottolineato ieri che «la soluzione di due Stati» per Israele e palestinesi è «in pericolo»: israeliani e palestinesi si stanno muovendo verso la soluzione a uno Stato, «nonostante la contrarietà della maggioranza dell’opinione pubblica. Lo status quo punta a uno Stato, a una perpetua occupazione ». «L’agenda dei coloni è quella che sta definendo il futuro di Israele», ha proseguito Kerry, definendo «la coalizione» guidata da Netanyahu «la più a destra della storia israeliana, con un’agenda definita dagli elementi più estremisti». Non si può «ignorare la minaccia che gli insediamenti rappresentano per la pace», ha insistito Kerry.

Per Kerry, che chiede una soluzione concordata per il riconoscimento internazionale di Gerusalemme come capitale dei due Stati, gli Usa «non potevano bloccare la risoluzione dell’Onu» che nei giorni scorsi ha condannato gli insediamenti israeliani, «perché andava contro la soluzione dei due Stati, che è la sola via possibile per la pace tra israeliani e palestinesi». «Kerry ha fatto un discorso prevenuto verso Israele», è stata la secca replica di Netanyahu, secondo cui il segretario di Stato Usa «per più di un’ora è stato ossessionato dalla vicenda delle colonie e non ha toccato il problema reale: la resistenza palestinese ad uno Stato ebraico in qualsiasi forma».

Il presidente dell’Anp Abu Mazen si è detto d’accordo a riprendere i negoziati se Israele congelerà i nuovi insediamenti. Da parte sua, riguardo alla risoluzione Onu, Trump ha invece sottolineato che Washington non può «continuare a permettere che Israele sia trattato con un tale disprezzo e una tale mancanza di rispetto totali». Gli israeliani «erano un grande amico degli Stati Uniti, ma non più. L’inizio della fine è stato l’orribile accordo con l’Iran (sul nucleare, ndr) e ora questa Onu! Israele, resta forte. Il 20 gennaio si avvicina velocemente». «Grazie presidente eletto Trump, grazie per la tua calda amicizia e il tuo netto sostegno a Israele», la risposta di Netanyahu. Ieri il premier israeliano – su cui indaga il procuratore generale di Israele nell’ambito di due questioni non precisate – ha chiesto che venisse fermata l’approvazione per la costruzione di 492 unità abitative nelle colonie ebraiche di Ramot e Ramat Shlomo.

Il Comune di Gerusalemme ha peraltro approvato un piano per la costruzione di un palazzo di 4 piani a Silwan. Un sito egiziano, Al-Youm al-Sabea, ha intanto rivelato l’esistenza di una presunta trascrizione di un incontro avvenuto ai primi di dicembre tra Kerry, il consigliere per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca, Susan Rice, e Majed Faraj, capo del servizio di intelligence dell’Anp, in cui i tre si sarebbero accordati per l’astensione americana al voto dell’Onu.


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