venerdì 20 gennaio 2017
Dopo un lungo braccio di ferro con le autorità Usa, il via libera definitivo di Città del Messico è arrivato proprio poche ore prima dell’insediamento alla Casa Bianca di Donald di Trump
Joaquín Guzmán, meglio conosciuto come El Chapo, al suo arrivo a Long Island, New York (LaPresse)

Joaquín Guzmán, meglio conosciuto come El Chapo, al suo arrivo a Long Island, New York (LaPresse) - LaPresse

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Joaquín Guzmán, meglio conosciuto come El Chapo, ha trascorso la sua prima notte da detenuto negli Stati Uniti. Là hanno deciso di estradarlo – dopo un estenuante tira e molla – le autorità messicane, accogliendo la richiesta di Washington. Rifiutato anche l’ultimo ricorso della difesa, il super-boss – capo della mafia più potente dell’America Latina, il cartello di Sinaloa – ha lasciato il penitenziario di Ciudad Juárez nella tarda serata di giovedì. Portato in tutta fretta all’aeroporto, è atterrato a New York ed è stato preso in custodia dagli agenti dell’antidroga. Il più noto tra i “signori del narcotraffico” dovrà affrontare sei processi in tre diversi Stati per omicidio e commercio di stupefacenti.

Sarà una coincidenza, ma il via libera definitivo di Città del Messico è arrivato poche ore prima dell’insediamento alla Casa Bianca di Donald di Trump. Molti analisti l’hanno letto come un tentativo di allentare le tensioni che si prospettano con la nuova Amministrazione. L’estradizione del Chapo, al contempo, è anche un modo con cui il presidente messicano Enrique Peña Nieto - travolto dalle proteste per la violenza dilagante, la corruzione e il caro-benzina - cerca di “riconquistare” l’opinione pubblica nazionale, sempre più ostile.

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