lunedì 19 agosto 2019
Il gruppo terrorista ha rivendicato la strage di sabato che ha fatto 63 morti. Smith, ex funzionario Onu: «Hanno l'obiettivo di un Califfato globale. Puntano a sabotare la pace»
I parenti delle vittime dell'attentato suicida di sabato a Kabul (Ap)

I parenti delle vittime dell'attentato suicida di sabato a Kabul (Ap)

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Un’altra tragedia va ad aggiungersi alla serie interminabile di drammi afghani: gli sposi sono sopravvissuti sabato sera a Kabul, ma il banchetto di nozze si è trasformato in una carneficina per il durissimo attentato suicida che ha lasciato senza vita, tra i tavoli addobbati a festa, 63 persone. Oltre 180 sono i feriti, tra invitati e personale di servizio. Quattordici membri della famiglia della sposa sono morti. «Ho perso mio fratello, i miei amici, i miei famigliari. Ho perso la speranza», ha detto lo sposo. Questa volta a rivendicare l’attacco è stato il Daesh afghano, che si definisce “Stato islamico Khorasan”, concorrente dei taleban e in conflitto con le forze governative. Il presidente Ashraf Ghani ha descritto l’attacco come «barbaro» e anche i taleban, impegnati in colloqui di pace con gli Stati Uniti, hanno ugualmente condannato l’accaduto.
In questa delicatissima fase della trattativa, in cui un’intesa sembra davvero a portata di mano, il Daesh gioca le sue drammatiche mosse per ostacolare la via della pace. Mentre giungono notizie di un’altra serie di esplosioni, ancora non rivendicate, nella città di Jalalabad fra cittadini radunati per le celebrazioni del Giorno dell’Indipendenza, chiediamo a Graeme Smith dell’International Crisis Group, ex funzionario della missione Onu a Kabul, se l’attentato di sabato sia collegato al tanto atteso accordo con gli Stati Uniti: «Lo Stato Islamico Khorasan (Daesh, ndr) non applica necessariamente una precisa strategia. Ha il folle obiettivo di creare un Califfato globale, dunque non è realmente connesso con la realtà. Ma è ovvio che i suoi combattenti siano preoccupati dalla possibilità di un accordo di pace».
«Parliamo di un gruppo di militanti di modeste dimensioni – continua Smith –, ogni giorno attaccati sia dalle forze governative sia dai taleban. Sappiamo che al tavolo negoziale Usa e taleban hanno discusso di una collaborazione nella lotta contro la formazione estremista. Attendiamo di vedere il testo dell’intesa, ma qualsiasi siano i contenuti, è verosimile che saranno cattive notizie per il Daesh». Rispetto al rischio che la pace tra Stati Uniti e taleban spinga alcuni combattenti irriducibili a passare dalle file taleban a quelle del Daesh, l’esperto commenta: «La frammentazione è un rischio per entrambe le parti in conflitto, sia dal lato taleban che governativo esistono fazioni che rifiuteranno di deporre le armi. Personalmente credo che il rischio di fuoriuscite incontrollabili esista maggiormente fra le forze governative, perché sono composte da diverse fazioni pesantemente armate, ciascuna con propri interessi da proteggere. Dal lato taleban può accadere che i più estremisti si uniscano al Daesh, ma certo a nessuno piace entrare a far parte di una formazione perdente come sarà il Daesh dopo l’intesa». Di una «discussione davvero buona» con i taleban ha parlato, domenica, il presidente Usa Donald Trump. Sarebbe, dunque, imminente l’annuncio di un accordo.
«È atteso nel giro di poche settimane, forse di giorni», prosegue Graeme Smith. «Se questo si tradurrà o meno nella pace per l’intero Paese dipende molto dal capo negoziatore Usa Zalmay Khalilzad, dal fatto che sia riuscito o no a collegare le due più rilevanti questioni sul tavolo, cioè il ritiro delle truppe Usa e le rassicurazioni dei taleban sull’antiterrorismo, con i temi della riduzione della violenza (o l’eventuale cessate il fuoco) e i negoziati intra-afgani. Questi due elementi sono le sfide più dure».

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