venerdì 19 aprile 2013
La difesa della loro cultura e della loro esistenza sono al centro dell’azione dei vescovi. Parla il salesiano italiano don Zanardini L’arcivescovo Valenzuela: attenzione alla famiglia e al tema dell’educazione.
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Si racconta che nel maggio del 1988, dopo l’incontro con le comunità indigene del Paraguay, Giovanni Paolo II, emozionato, chiese all’arcivescovo di Asunción, Ismael Rolón: «Sopravvivranno gli indigeni? C’è un futuro per loro?». Le domande sono sempre più di stretta attualità (domenica si vota per le elezioni politiche) come sottolinea spesso nei suoi interventi don Giuseppe Zanardini, antropologo e missionario salesiano che lotta per la sopravvivenza culturale e fisica degli indios e ha all’attivo una ventina di libri sull’argomento. Don Zanardini è in Paraguay dal 1978; fino al 1984 ha diretto la scuola tecnica salesiana, partecipando alla costruzione (è laureato anche in ingegneria) di alcuni villaggi per i baraccati. Dal 1985 segue direttamente la questione indigena vivendo prima in una comunità Ayoreo nel Chaco e poi attraverso lo studio e la direzione del Centro studi antropologici dell’Università Cattolica (Ceaduc) di Asunción, di cui è direttore. Si occupa delle espressioni spirituali, della comunicazione linguistica e delle strutture sociali degli indios. Sul territorio ci sono 20 differenti popolazioni indigene suddivise in 400 comunità per 120mila persone. Il Paese fatica ad accettare questa realtà multiculturale e a riconoscere in essa le proprie origini, anche se la Costituzione del 1992 «riconosce l’esistenza dei popoli indigeni, definiti come gruppi di cultura precedente alla formazione e organizzazione dello Stato paraguayano». «Il virus etnocentrico – afferma don Giuseppe – colpisce una parte della società che si sente superiore ai popoli indigeni, essendo incapace di riconoscere le diversità culturali». Don Zanardini, che collabora da anni con il ministero dell’Educazione, è stato uno degli artefici nel 2007 della legge di educazione indigena. Uno dei risultati, anche se il processo è lungo, è stata l’attivazione di 400 scuole indigene dove nei primi tre anni si impara la lingua materna: l’alfabetizzazione nella lingua materna permette di non disperdere un patrimonio importante relegato alla sola tradizione orale. «I popoli indigeni attraversano un processo di profondo cambio culturale: osservano - descrive il sacerdote bresciano - lo stile di vita della società nazionale e incorporano nella loro vita una grande quantità di espressioni culturali come la televisione o il cellulare, solo per citarne due».Una preoccupazione che coinvolge tutta la società nazionale. La Conferenza episcopale del Paraguay dal 2012 al 2015 dedica proprio tre anni pastorali alla famiglia (famiglia e matrimonio; famiglia e persone; famiglia e vita, aperta alla società), perché i dati statistici non sono certo incoraggianti: il 50% delle famiglie sono incomplete (madri single o figli che crescono con i nonni) o disunite. «La famiglia – ricorda l’arcivescovo coadiutore di Asunción, Edmundo Valenzuela – cresce quando ci sono buone relazioni umane e quando all’interno viene riconosciuta la presenza di Dio: la preghiera aiuta, infatti, a coltivare il rispetto, l’amore, la giustizia e la solidarietà fra i vari membri». In vista delle elezioni del 21 aprile, la Conferenza episcopale ha lanciato un messaggio chiaro e forte alla politica con un documento che ripropone alcuni temi di lunga data: fra questi, l’accesso all’educazione e alla salute, il problema della terra e la corruzione. Si chiede al Parlamento di pensare a una piattaforma che studi come affrontare la povertà, la questione indigena e quella dei campesinos.Il mondo indigeno attira l’interesse delle Ong che si battono per farli vivere nel loro habitat, nella selva, cercando di riprodurre le condizioni originarie per vivere e per cacciare. Questa posizione si scontra con chi auspica che gli indigeni si «convertano in cittadini normali». Tra le due visioni, si fa largo una terza via più moderata: «Il punto cruciale per il futuro dei popoli indigeni è senza dubbio – spiega il salesiano don Giuseppe Zanardini – il cambiamento culturale e l’adattamento al nuovo mondo. La cultura che rimane statica si condanna all’emarginazione e, alla fine, all’estinzione». L’umanità ha avuto bisogno di migliaia di anni per passare dalla cultura della caccia a quella dell’agricoltura. «Ora gli indios per sopravvivere sono obbligati a fare in poco tempo questo sforzo, che creerà non poche sofferenze».
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