venerdì 13 settembre 2013
​Damasco ha presentato la richiesta di adesione alla Convenzione sulle armi chimiche.  «Ma si fermino gli aiuti ai terroristi che possono usare i loro arsenali per colpire altri Paesi»​ Le condizioni del rais: «Niente armi se gli Usa insistono sui raid».  Orrore a Maalula: 3 cristiani rifiutano di convertirsi, massacrati.
EDITORIALE Siria, ora si deve puntare al successo da un errore di Vittorio E. Parsi
LA STORIA La marcia di padre Halim, staffetta della carità​​
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L a Siria è pronta a firmare il trat­tato internazionale contro l’u­so di armi chimiche e a di­chiarare i nascondigli delle sue armi chimiche 30 giorni dopo. Ma a due condizioni. «Quando vedremo che gli Stati Uniti tengono davvero alla stabilità dell’area smettendo di mi­nacciarci e fermando le forniture ai terroristi, allora – ha spiegato il pre­sidente siriano Bashar al-Assad a un canale televisivo russo – potremo proseguire in questo percorso». Gli Stati Uniti, però, non ci stanno. «Le parole non bastano», ha detto John Kerry da Ginevra, dove ha av­viato colloqui con il ministro degli Esteri russo, Sergeij Lavrov, per de­lineare le tappe del piano di disarmo siriano.
L’America, dunque, non è disposta a togliere dal tavolo l’op­zione militare. «Se l’accordo sulla Si­ria fallisce l’uso della forza potreb­be essere necessario», ha aggiunto il segretario di Stato Usa dalla Sviz­zera. Parlando al suo fianco, il capo della diplomazia russa ha invece fat­to eco alla richiesta del protetto del Cremlino, Assad: «La consegna del­le armi chimiche da parte del regi­me siriano rende inutile ogni ipote­si di attacco», ha detto. Il presidente russo Vladimir Putin aveva ribadito lo stesso punto in una lettera al New York Times , ammonendo che un raid Usa in Siria porterebbe ad un’esca­lation del conflitto oltre i confini del Paese e provocherebbe attacchi ter­roristici. Putin ha quindi invitato gli Usa a «fermare l’uso del linguaggio della forza».
I modesti passi avanti sulla via del dialogo, che hanno spinto Barack O­bama a mettere per ora in stand-by un attacco alla Siria, hanno ieri visto anche la consegna di una lettera si­riana al segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon in cui Assad, firman­dola, dichiara formalmente la sua in­tenzione di aderire alla Convenzio- ne sulle armi chimiche, che ne vieta la produzione e l’uso. Assad non sembra però disposto a fare molte altre concessioni. Ieri ha di nuovo smentito di aver mai usato i gas le­tali, accusando invece i ribelli delle stragi di civili con il gas nervino e di­pingendo scenari apocalittici di una guerra regionale. «I terroristi tenta­no di provocare l’attacco americano sulla Siria e non è da escludere che usino armi chimiche contro Israele come provocazione», ha detto. «Nel giro di qualche giorno – ha con­tinuato – la Siria invierà all’Onu e al­l’organizzazione per il divieto delle armi chimiche i documenti tecnici necessari per firmare l’accordo. Ma voglio che sia chiaro per tutti che è un processo bilaterale».
Gli Stati Uniti non hanno mai ammesso di aver fatto arri­vare armi ai guerriglieri che lottano contro il regime si­riano, fra i quali non manca­no gruppi di estremisti isla­mici vicini ad al-Qaeda. Ma fonti anonime della Cia han­no dichiarato che forniture di mitragliatrici e di granate sono arrivate nelle mani dei ribelli dagli Stati Uniti attra­verso la Giordania. I ribelli siriani ieri hanno in­vece ufficialmente respinto la proposta russa. «Annun­ciamo il nostro definitivo ri­fiuto dell’iniziativa sulle armi chimiche», ha detto Salim I­driss, capo del Consiglio su­premo militare dei ribelli. Una versione del piano rus­so in discussione a Ginevra descrive quattro passaggi che dovrebbero essere pre­ceduti da una risoluzione O­nu: l’adesione della Siria al­l’organismo mondiale che vigila sul bando sulle armi chimiche, la dichiarazione dei suoi siti di produzione e stoccaggio, l’invito agli i­spettori, la distruzione delle riserve. Il tutto potrebbe du­rare mesi, se non anni.
I ca­pi della diplomazia america­na e russa ne parleranno an­cora oggi, senza però discu­tere di una possibile risolu­zione all’Onu, già presenta­ta dalla Francia, che formalizzi il pia­no. Ieri Obama si è detto «fiducioso che i colloqui tra il segretario di Sta­to Kerry e il ministro degli Esteri rus­so Lavrov possano produrre risulta­ti concreti». Ma il presidente Usa, cri­ticato in patria per aver prima cer­cato il via libera del Congresso ai raid e poi ritirato la sua richiesta, ieri ha cercato di sviare l’attenzione dalla Siria, dicendo che si sta concentran­do sulle priorità interne. Intanto dalla Siria giungevano noti­zie orribili sulla sorte dei cristiani del villaggio di Maalula, dove un grup­po di cristiani ha pagato con una morte brutale per mano di jihadisti il rifiuto di convertirsi all’islam.
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