domenica 8 maggio 2016
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Ancora qualche giorno di respiro in più per Aleppo. Un barlume di speranza, da non soffocare. Nella notte, poco prima che scadesse la precedente tregua di 48 ore, l’annuncio della Difesa russa «per evitare un ulteriore aggravarsi della situazione». La tregua temporanea nella città siriana di Aleppo è stata estesa di altre 72 ore a partire dalla mezzanotte. La pausa nei combattimenti è stata annunciata dal ministero della Difesa russo. «Il regime di calma nella provincia di Latakia e nella città di Aleppo è stato esteso per 72 ore dal 7 maggio», ha reso noto il ministero della Difesa in un comunicato. Gli Usa, che hanno lavorato con Mosca per fare pressione sul regime e fermare gli scontri, hanno confermato l’estensione fino a lunedì. «Pur accogliendo questa estensione», ha sottolineato John Kirby, portavoce del Dipartimento di Stato, «il nostro obiettivo è arrivare a un punto in cui non conteremo più le ore e la cessazione delle ostilità sia pienamente rispettata in tutta la Siria». Intanto gli aerei della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, hanno bombardato alcune aree controllate dal Daesh nei dintorni di Aleppo. I raid, concentrati sulle località di Dabiq e Ihtimalat, hanno ucciso almeno sei persone, tra le quali alcuni minori. All’interno della città di Aleppo, sempre secondo gli attivisti, la tregua per ora sembra reggere ma non nella provincia. Secondo i Guardiani della rivoluzione, citati dalla stampa di Teheran, almeno 13 «consiglieri militari» iraniani sono morti e altri 21 sono rimasti feriti nei combattimenti avvenuti negli ultimi giorni. Tre giornalisti spagnoli, Antonio Pamplega, Josè Manuel Lopez e Angel Sastre rapiti ad Aleppo nel luglio del 2015, sono stati liberati ieri grazie alla mediazione di Turchia e Qatar. Prosegue, intanto, la rivolta nel carcere di Hama dove l’intervento delle forze di sicurezza siriane non è riuscito a sedare la ribellione scoppiata lunedì dove 800 detenuti hanno preso in ostaggio almeno una decina di guardie. Le autorità siriane hanno interrotto le forniture di acqua ed energia elettrica al carcere mentre l’Alto comitato negoziale, il principale cartello dell’opposizione, ha chiesto alla comunità internazionale di intervenire per evitare «rappresaglie del regime contro i detenuti». La rivolta era scoppiata quando era iniziato il trasferimento di molti detenuti in un carcere situato a Damasco noto per essere il luogo dove si eseguono le condanne a morte. Intanto dall’Iraq emergono altre «prove dei crimini efferati» nei territori appena liberati dal Daesh. Le tombe sono state scoperte negli ultimi mesi nel territorio che è stato nuovamente sottratto al Califfato: alcune fosse comuni trovate nella città di Ramadi nel mese di aprile possono contenere i resti di almeno 40 persone. Fatti che possono costituite «crimini contro l’umanità, crimini di guerra e persino genocidio », ha dichiarato l’inviato delle Nazioni Unite Jan Kubis intervenendo ieri al Consiglio di sicurezza. Altri resti umani sono stati trovati in fosse comuni nei pressi di Sinjar, nel nord dell’Iraq, nei pressi di Anbar nell’Iraq occidentale e a Tikrit, nel nord del Paese: tra le vittime soldati, donne e civili appartenenti alla minoranza degli yazidi. Fosse comuni sono state scoperte anche in alcune parti della Siria pure finiti sotto il controllo del Daesh. © RIPRODUZIONE RISERVATA Sembra reggere il cessate il fuoco nella città: liberati tre reporter spagnoli rapiti nel 2015. Al sud almeno 13 pasdaran iraniani sono stati uccisi nella battaglia con i ribelli. Le Nazioni Unite: «A Ramadi crimini di guerra» Desolazione nel centro bombardato di Aleppo in Siria E le ruspe a Ramadi in Iraq (Ansa/LaPresse)
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