Reportage. A Gaza non ci sono soltanto macerie


Giorgio Ferrari lunedì 27 ottobre 2014
Da Beit Hanun a Khan Younes, dalla lingua di terra che fronteggia il mare a Gaza City ovunque si cammina e si fa lo slalom fra i detriti. Ci sono centomila persone senza tetto e il conflitto ha fatto oltre duemila vittime e 10mila feriti. (Giorgio Ferrari)
LA RICOSTRUZIONE Un lungo braccio di ferro tra Hamas e Fatah
​L’uomo cui la guerra scatenata da Hamas ha portato via una gamba, sfigurato il volto, bruciato il braccio e vetrificato i nervi di una mano declina paziente i nomi dei parenti morti: quattro figli, due nipoti, due zii, due cugini. Dieci persone in tutto, spazzate via con un colpo di ramazza dalle bombe. Dieci icone che fatichiamo a distinguere l’una dall’altra nella penombra malamente rischiarata dalla gelida luce di decine di led, lumini tecnologici che sostituiscono l’elettricità che a Gaza manca per molte ore ogni giorno e fanno assomigliare la stanza a una camera mortuaria. Dieci volti che si contendono lo spazio di un lungo ex voto orizzontale appeso al muro, un drappello di santini in campo azzurro con i nomi scritti sotto in caratteri arabi, i visi dai colori futilmente smaglianti, qualcuno che sorride, qualcun altro che ti fissa dritto, cupo, come a dire che nello sguardo già si poteva indovinargli quella fine tragica. Ma l’uomo senza gamba, l’uomo dal volto sfigurato e dalle membra violate dal fuoco della guerra non lascia trasparire emozioni. All’orrore di una perdita che porterebbe chiunque alla follia rimedia con un’autoimposta atarassia, un sipario provvidenziale che ha fatto calare sul buio del suo cuore. Dalla cucina s’indovinano i gesti e i suoni di ogni giorno. Una moglie che lava le stoviglie, un figlio sopravvissuto che fa i compiti. E solo l’ottusità occidentale dell’europeo sopraffatto dalla propria cattiva coscienza non arriva a capire che quell’uomo ha oltrepassato la soglia del dolore e abita ormai in un’altra dimensione. Offrirgli consolazione non serve, perché l’uomo non reclama consolazione. Semplicemente racconta. Senza lamenti, senza esigere pietà, con una torva dignità che toglie il fiato e stringe il cuore. La Striscia di Gaza è anche questo. Fra le macerie delle centinaia di abitazioni ridotte a un cumulo di rovine, nelle strade dove si fatica a ripristinare un manto percorribile dalle automobili e dai tanti carretti trainati dagli asini, nella notte che cala subitanea e impietosa e spande un buio trafitto da rari lampioni e dalle tante illuminazioni di fortuna sembrerebbe non ci sia davvero posto per la speranza. Ma non avevamo fatto i conti con padre Jorge Hernández, il parroco di Zaitun. Questo missionario argentino di 37 anni è – al di là di ogni retorica – l’altro volto della Striscia. Una maschera bonaria dentro una tempra d’acciaio, una volontà silenziosa ma inscalfibile. Il suo “regno” è talmente esiguo da far sorridere: 136 parrocchiani, il 10 per cento dei 1.358 cristiani presenti nella Striscia (gli altri sono greco-ortodossi), imbarazzante navicella in un oceano palestinese che conta poco meno di due milioni di persone ammassate in questo lembo di terra che ha l’aspetto di un grande carcere a cielo aperto, dove è entrare è difficile e uscire, per chi vi abita, quasi impossibile. Ma non occorre gran fatica per comprendere come padre Jorge sia qualcosa di più di un parroco in partibus infidelium. «I cristiani – dice – formalmente non sono perseguitati. Hamas li tollera, ma ci sono regole non scritte, rituali, protocolli d’onore che occorre seguire con pazienza e fiducia per poter convivere con la schiacciante maggioranza degli abitanti di Gaza». È tutto vero. Non si contano le sottigliezze diplomatiche con cui questo pretone dal fisico gigantesco e dal sorriso dolente è costretto ad adottare per regolare piccole e grandi controversie e soprattutto perché la comunità cristiana continui ad esistere «e magari – dice con un guizzo degli occhi mobilissimi e intelligenti – possa anche crescere...»Della guerra di luglio e agosto padre Hernández non ama parlare. I suoi occhi hanno visto di tutto, la sua presenza ha asciugato lacrime e confortato centinaia di persone. Non solo cristiani. «Ci sono stati momenti difficili – si lascia scappare – anche di grande pericolo, momenti tra la vita e la morte, in cui abbiamo accompagnato persone che hanno avuto disgrazie. Non dimentichiamo che ci sono stati dei morti cristiani. La nostra comunità come tu sai è molto piccola, siamo quasi una sola famiglia. Dunque abbiamo sentito, sofferto e subito come una sola famiglia».La Conferenza dei donatori riunitasi al Cairo un paio di settimane fa ha stanziato 5,4 miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza. Il primo a muoversi con 12 miliardi sarà – come prevedibile – il grande sponsor di Hamas, il Qatar, che già nel 2012 aveva progettato di ricostruire da cima a fondo la Striscia facendone una città-Stato moderna e funzionale. La realtà che abbiamo sotto gli occhi è purtroppo ben diversa. Da Beit Hanun a Khan Younes, dalla lingua di terra che fronteggia il mare a Gaza City ovunque si cammina e si fa lo slalom fra le macerie. Ogni famiglia di Gaza ha una storia da raccontare, migliaia di case sono state lesionate, ci sono centomila persone senza tetto e la guerra ha fatto oltre duemila morti e diecimila feriti. Ma c’è ancora spazio per l’immaginazione. Sulla spiaggia di Shuja-iyya l’artista palestinese Iyad Sabbah ha collocato sette sculture di creta. Rappresentano un gruppo di persone in fuga dai bombardamenti, tragica icona di una realtà che non ha risparmiato nessuno. La mattina del 29 luglio un raid israeliano ha colpito anche l’abitazione delle Suore del Verbo Incarnato. Nessuno dei cinquanta ospiti, 29 bambini con ritardo mentale, 9 donne anziane e le suore della Carità di Madre Teresa di Calcutta è rimasto ferito. «Hamas – dice padre Jorge – lanciava razzi qui vicino. Era ovvio che ci avrebbero colpito». A una cinquantina di metri di distanza c’è quello che il parroco chiama il “vicolo delle esecuzioni”. È qui che Hamas giustizia i suoi traditori, le spie di Israele, i delatori, i dissidenti.La notte abbraccia con un vento improvvisamente gelido il bel cortile della parrocchia dedicata alla Sacra Famiglia. Padre Hernández si concede l’unico lusso della giornata, quattro tiri di shisha, l’insieme di foglie di tabacco Virginia, impregnato di melassa che si fuma in tutto il Medio Oriente. Il Papa gli ha scritto parole di conforto durante la guerra, lui è andato a ringraziarlo a Roma dopo che la tregua stabile era stata raggiunta. Ma aveva nostalgia di Gaza. «Non c’è altro posto dove stare, per me, non c’è dubbio», dice, accomodando una frammento di brace di carbone sopra il fornello del narghilé.
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