venerdì 2 giugno 2017
Gli obiettivi stabiliti a Parigi nel 2015 diventerebbero irrealistici. Serie conseguenze anche sul mantenimento degli impegni da parte degli altri 195 Stati.
Ciminiere nel New Hampshire (Ansa)

Ciminiere nel New Hampshire (Ansa)

Il presidente Usa Donald Trump ha annunciato stasera l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul clima raggiunto alla conferenza Cop21 di Parigi. Che conseguenze avrà una simile decisione? L’impatto è difficile da prevedere. Un recente studio ha però stimato che le politiche annunciate da Trump negli ultimi mesi potrebbero far mancare di molto gli obiettivi che aveva fissato Barack Obama. Entro il 2025 le emissioni Usa potrebbero ridursi del 15-19 per cento rispetto ai livelli del 2005, invece del 26-28 per cento assunto da Washington come impegno al momento della sottoscrizione dell’Accordo di Parigi.

A livello globale, l’obiettivo della Cop21 – contenere entro 1,5 gradi l’aumento della temperatura terrestre rispetto ai livelli pre-industriali — diventa irrealistico se gli Usa si chiameranno fuori. Siamo già a oltre +1 grado. Gli scienziati di Climate Interactive hanno simulato al computer cosa avverrebbe se tutti i 147 Stati che hanno ratificato l’accordo, tranne gli Usa, raggiungessero gli obiettivi volontari sulla riduzione delle emissioni di CO2: entro il 2030, finirebbero in atmosfera 3 miliardi di tonnellate di anidride carbonica extra all’anno, con un aumento non previsto finora di altri 0,3 gradi entro fine secolo.

A livello politico, inoltre, la decisione di Trump potrebbe avere serie conseguenze anche sul mantenimento degli impegni da parte degli altri 195 Stati che hanno firmato gli accordi sul clima e più in generale sullo stato del pianeta, considerato che il riscaldamento globale si sta già verificando e ogni anno perso per contrastarlo fa aumentare il rischio di produrre effetti irreversibili. A Parigi ogni Paese ha presentato un proprio piano su come intende ridurre le emissioni entro il 2030, in modo da produrne in quell’anno 56 miliardi di tonnellate su scala globale invece dei 69 miliardi di tonnellate che si produrrebbero mantenendo gli attuali ritmi di crescita. A rischio potrebbe essere anche il fondo da 100 miliardi di dollari da creare entro il 2020 e destinato a finanziare i paesi più poveri per rendere più sostenibili le loro politiche energetiche.

Unione Europea e Cina dicono che manterranno i termini dell’Accordo di Parigi, con o senza gli Stati Uniti. Il problema è che ci sono aziende europee e cinesi, soprattutto dell’industria pesante, preoccupate dalle limitazioni sulle emissioni e che fanno pressioni per cambiarle. Imporre politiche energetiche più restrittive, mentre una delle più grandi potenze economiche del mondo può farne a meno, potrebbe diventare molto più difficile in Europa e in Cina. Gli Stati Uniti potrebbero produrre a costi più bassi inquinando di più, facendo una sorta di concorrenza sleale nei confronti degli altri Paesi con politiche sulle emissioni più responsabili.

A prescindere dalle decisioni di Trump, molte aziende Usa sono comunque determinate a mantenere i loro piani per la produzione di pannelli solari, turbine eoliche e altri sistemi per sfruttare le fonti rinnovabili. Sono società che durante gli otto anni di amministrazione Obama hanno ottenuto fondi e agevolazioni per ingrandirsi e svilupparsi, e che hanno visto nell’energia pulita una grande opportunità per fare affari. Alcune di queste, come Tesla (che produce automobili elettriche e pannelli solari tramite la controllata Solar City), hanno fatto pressioni nei confronti dell’amministrazione Trump per non cambiare le cose e sostenere i piani per lo sviluppo delle rinnovabili.

© Riproduzione riservata