martedì 2 agosto 2022
Dalle industrie di difesa nazionale al legame con l'ex Urss: l'attacco senza tregua alla seconda città dell'Ucraina. Per gli abitanti è caccia al pane
Perché Kharkiv è strategica per Putin e viene bombardata ogni giorno
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La chiamano la «notte rara» e ormai è sempre più difficile che si ripeta. È la notte in cui a Kharkiv non cadono i missili russi, incubo quotidiano della seconda città dell’Ucraina dopo Kiev. L’ultima «notte rara», o anche «tranquilla» secondo un’altra definizione popolare, risale a dieci giorni fa. Un’eternità per chi convive con i colpi dal cielo che hanno sfregiato un terzo del capoluogo. Il fronte è a trenta chilometri. La scia sonora dei razzi di Mosca e della contraerea ucraina che arriva dalla linea del fuoco è una sorta di rumore di fondo che scandisce quasi ogni ora del giorno e della notte, come se fossero i rintocchi di un campanile. E anche le sirene antimissile che scattano a ripetizione. «Ma ormai non ci facciamo più caso», dice Oksana. Era una commessa senza alcun problema economico: ora fatica a fare la spesa con gli spiccioli che le sono rimasti. «Siamo arrivati a vederci piombare addosso anche quindici missili al giorno. E in ventiquattro ore abbiamo avuto fino a dieci civili e tre bambini uccisi. Una carneficina».

Una squadra 'raccogli detriti' che interviene dopo un attacco russo

Una squadra "raccogli detriti" che interviene dopo un attacco russo - Gambassi

La «notte rara» è anche un’occasione di riposo per gli spazzini delle bombe. Li vedi avvicinarsi in sei o sette, dopo un attacco russo. Con carretti, pale e ramazze, si presentano nel luogo colpito. E si mettono al lavoro per ripulire. «Non vogliamo dare al nemico la soddisfazione di mantenere i segni della distruzione», racconta Hanna con la pettorina gialla fosforescente e il logo delle squadre “raccogli detriti”. Ma non in tutta la città si intende cancellare le tracce della strategia della tensione del Cremlino. Anzi, in più punti si mostrano e si lasciano i marchi della rovina a futura memoria.

Un palazzo del centro storico di Kharkiv bombardato dai missili russi

Un palazzo del centro storico di Kharkiv bombardato dai missili russi - Gambassi

Accade, ad esempio, nel cuore di Kharkiv dove due palazzi storici, con le facciate decorate di statue, sono rimasti come congelati dopo la pioggia di razzi che li ha devastati. Vetri ancora in frantumi, teste mozzate delle sculture, cumuli di macerie nel cortile interno che compare oltre una cancellata chiusa. «Vede l’edificio accanto? – dice Dmitriy –. È la sede del consiglio comunale: è stata danneggiata solo in parte. Forse i missili erano diretti lì. Ma sono finiti su due simboli della città». Come lo è il parco Maxim Gorky, polmone verde e del tempo libero. Non sono distanti dalla sua ruota panoramica i crateri lasciati dai raid di inizio maggio che si sono ripetuti anche qualche giorno fa, seppur in forma meno intensa.

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Per i due milioni di abitanti rimasti in una metropoli che, con il suo hinterland, ne contava tre prima della guerra, sono tutte prove della volontà di Mosca di conquistare ad ogni costo Kharkiv. Di piegarla o di distruggerla se necessario, fintanto che non ci sia la resa o non si apra le porte all’invasore. Kharkiv è, secondo Putin, la più grande città “russa” dell’Ucraina. Ed è forse ben più importante di Kiev: per la collocazione geografica a meno di cinquanta chilometri dal confine; per il potenziale produttivo; per la gente che parla russo anche se con Mosca non vuol avere nulla a che fare. Un affronto per lo zar del terzo millennio. Le strade sono per lo più deserte. I negozi sbarrati con assi di truciolato. Ma il terrore non scuote più chi continua a viverci. «Ci fa più paura essere dimenticati dal mondo – afferma Roman Kolesnikov, ragazzone dal volto gentile ma dal tono energico –. I missili che si abbattono qui non fanno ormai notizia». Vengono distrutte ogni giorno case, scuole, centri commerciali, complessi pubblici. E, intorno alla città, rasi al suolo i villaggi.

Una scuola bombardata a Kharkiv

Una scuola bombardata a Kharkiv - Gambassi

Gli istituti scolastici continuano a finire nel mirino. Come testimonia un plesso lungo una delle principali arterie, completamente squarciato nelle scorse settimane. Implosi i tre piani. E sopra il portone d’ingresso uno striscione in tedesco dice di un gemellaggio con la Germania finito presto in archivio. «Siamo la maggiore città del Paese ad essere attaccata senza sosta da febbraio – continua Roman –. Noi resistiamo. Tuttavia abbiamo bisogno di aiuti: per la popolazione e per i militari che combattono».

I negozi sbarrati nel centro storico di Kharkiv

I negozi sbarrati nel centro storico di Kharkiv - Gambassi

Resistere per quanti sono rimasti significa anzitutto trovare da mangiare. Due volte alla settimana si sfida anche il coprifuoco – e il pericolo dei razzi – per mettersi in coda fin dalla notte pur di avere un po’ di pane e un sacchetto della “spesa solidale”. L’appuntamento è in uno degli spazi verdi poco oltre Majdan Svobody, piazza della Libertà che, ripetono con orgoglio qui, «è più grande della piazza Rossa». La Caritas-Spes ha scelto di «distribuire all’aperto i kit di sopravvivenza », spiega don Gregory Semenkov. E in tremila si presentano ogni volta che i volontari della diocesi di Kharkiv-Zaporizhjia sistemano i banchi degli aiuti. Perché la città è allo stremo. E abitata da coloro che non sono in grado di rifarsi una vita lontano dal fronte. Con possibilità di lavoro al contagocce, si vive di carità e di sostegno che giunge per lo più dall’estero.

Le strade deserte nel cuore di Kharkiv

Le strade deserte nel cuore di Kharkiv - Gambassi

«E dire che eravamo la capitale ucraina dell’industria», prosegue Roman. Due nomi su tutti: “Turboatom”, celebre fabbrica di turbine per produrre energia elettrica nell’intera ex Urss; e “Malyshev”, colosso per i componenti dei carri armati che sotto il regime sovietico era arrivato ad avere 60mila operai e che ora fa gola a Mosca. Qualche giorno fa un missile ha bersagliato il vicino deposito dei convogli dello metropolitana, ma in molti sono convinti che l’obiettivo fosse lo stabilimento inserito da Kiev fra quelli dell’ industria di difesa nazionale. E poi ci sono i laboratori di ricerca atomica, anche quelli all’avanguardia e quindi d’interesse per il Cremlino. Il conflitto non li ha fermati. E c’è chi diventa un volontario del pane sotto le bombe. Come Orest, fisico esperto in collisioni nucleari, che ogni pomeriggio, quando conclude le sue indagini, porta agli anziani un pasto. E anche qualche parola amica.

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