mercoledì 15 giugno 2022
La guerra civile a «bassa intensità» è iniziata nel 1982 e si è intensificata dopo la scoperta dell'oro nero. Il conflitto si è esteso anche al vicino Gambia
Profughi vicino a Dakar. Costretti a fuggire dopo gli scontri, a fine anni 90, che hanno infiammato la regione senegalese della Casamance, la Guinea-Bissau e il Gambia

Profughi vicino a Dakar. Costretti a fuggire dopo gli scontri, a fine anni 90, che hanno infiammato la regione senegalese della Casamance, la Guinea-Bissau e il Gambia - Ansa

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È spesso definito come il conflitto più lungo del continente africano. Da oltre 40 anni, la regione della Casamance, nel sud del Senegal, è teatro di scontri periodici tra ribelli e il governo di turno. Il 26 gennaio del 2021, 510 giorni fa, le violenze sono riprese.

«Siamo molto preoccupati rispetto al conflitto armato in corso nel nord della Casamance – riferiva recentemente una nota della Comunità di Sant’Egidio che per anni si è proposta di mediare tra il governo senegalese e i ribelli –. Chiediamo la fine delle attuali operazioni militari dell’esercito senegalese per garantire la stabilità della regione colpita dalle violenze».

La guerra civile a «bassa intensità» in Senegal è iniziata nel 1982 quando si sono formati dei gruppi ribelli armati appartenenti al Movimento delle forze democratiche della Casamance (Mfdc). Quest’ultimo rivendica oggi come allora una più giusta condivisione delle ricchezze casamansesi tra la regione meridionale del Paese e la capitale, Dakar.

«I ribelli della Casamance vogliono da anni che le risorse del loro territorio siano equamente distribuite – affermano gli analisti senegalesi – . Il potere centrale a Dakar marginalizza da anni questa regione ricca di terra fertile, legname e petrolio». Il periodo più violento del conflitto è stato negli anni Novanta, quando l’oro nero è stato scoperto nelle acque casamansesi. In varie parti della regione sono scoppiate proteste di massa (per molti «eteroguidate») a cui sono seguiti degli attacchi armati contro l’esercito senegalese.

Secondo le statistiche ufficiali, le vittime sono «oltre 5mila» mentre circa 30mila persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case per trovare zone più sicure negli anni Novanta, ma sono «almeno 60mila gli sfollati dall’inizio della guerra».

Con il passare degli anni si è anche intensificato il traffico di legname e droga che, ancora adesso, serve a finanziare le varie fazioni ribelli bisognose di armi per combattere. «Abbiamo avviato un’operazione il 13 marzo del 2022 per smantellare le basi della fazione di Salif Sadio del Mfdc – aveva annunciato l’esercito senegalese riguardo alla sua ultima offensiva –. Vogliamo distruggere le bande armate che stanno compiendo attività criminali al confine con il Gambia». Nelle ultime violenze sono morti quattro soldati senegalesi e altri sette sono stati rapiti dai militanti del Mfdc.

Il conflitto si è esteso anche al vicino Gambia negli ultimi mesi. «Oltre 5.600 gambiani sono stati sfollati in due settimane di scontri scoppiati a metà di marzo – stimava l’Agenzia per la gestione nazionale gambiana dei disastri (Ndma) –. Gli sfollati senegalesi sono invece quasi 700».

Tra le varie conseguenze della guerra ci sono anche le mine antiuomo, sparse in numerose aree della regione e non ancora completamente neutralizzate. Le Nazioni Unite e altre organizzazioni umanitarie stanno lavorando per dare assistenza ai profughi delle ultime violenze. Nonostante tale conflitto provochi un minor numero di danni rispetto ad altre guerre civili africane, una soluzione pacifica sembra ancora molto lontana dall’essere trovata.





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