giovedì 17 agosto 2017
2,2 milioni i lavoratori senza tutele nelle fornaci di mattoni, quelli che più di altri simboleggiano arretratezza, disumanità di impiego e costrizione solo nella provincia del Punjab
«Salario minimo e orario di lavoro» per i nuovi schiavi

È una doppia, terribile, discriminazione. Che colpisce le minoranze religiose – cristiana e indù – e le fasce più povere della popolazione pachistana. Arrivando a coinvolgere un “esercito” di 2,3 milioni di persone. Sono gli “schiavi per debito”. Il meccanismo – che li condanna ad abusi, vessazioni, maltrattamenti, a un’intera esistenza alla mercé di padroni spesso senza scrupoli – è inesorabile. Si inizia con un prestito o un anticipo da parte dei datori di lavoro. Restituirlo richiede in media due anni, durante i quali si è ridotti in una condizione servile. Senza diritti, senza certezze, senza paga, costretti a turni di lavoro massacranti, in abitazioni spesso fatiscenti. In molti casi, il lavoratore non ce la fa, non riesce a ripagare il debito contratto. Inizia, così, un calvario che spesso si conclude soltanto con la morte. “Nessuno sia più schiavo” è la campagna che Avvenire lancia, assieme a Focsiv e Iscos, per combattere il fenomeno degli “schiavi a debito”. Un impegno che si fonda su una certezza: le catene della schiavitù, in qualsiasi forma vengano mascherate, non sono più tollerabili. Possono e devono essere spezzate.

Il lavoro senza regole e senza tutele è tutt'altro che retaggio del passato in Pakistan, soprattutto tra gli strati più poveri della popolazione che includono le minoranze indù e cristiana. Ad aggravarlo il fatto che vincoli che nascono da un debito concesso con clausole-capestro lo trasformano spesso in vera schiavitù. Soffocante al punto tale da coinvolgere insieme agli adulti anche i loro figli.

Nella sola provincia del Punjab, la più popolosa di un Paese che sta per arrivare ai 200 milioni di abitanti, la Commissione Giustizia e Pace della Conferenza dei Superiori maggiori del Pakistan calcola in 2,2 milioni i lavoratori nelle fornaci di mattoni, quelli che più di altri simboleggiano arretratezza, disumanità di impiego e costrizione. Di questi, il 40 per cento sono cristiani. Una percentuale giustificata dalla concentrazione di battezzati nel Punjab, la più popolosa delle quattro province del Paese. «Gli indù sono schiavizzati soprattutto nel settore agricolo nella provincia meridionale del Sindh, mentre i cristiani lo sono nel Punjab», conferma Hyacinth Peter che della Commissione è segretario esecutivo.

Una prevaricazione, dunque, che riguarda soprattutto le minoranze religiose in un Paese islamico per Costituzione. Com’è motivata?

In questo caso, si tratta, più che di una reale volontà di coercizione sulle minoranze religiose, dello sfruttamento di gruppi sfavoriti che sono tradizionalmente perlopiù concentrati tra le comunità religiose minoritarie – ricorda Peter –. I cristiani, ad esempio, non riescono a avere accesso a posti di lavoro pubblico a causa della corruzione e del sistema di raccomandazione che di fatto regola l’assunzione. Di conseguenza, sono anch’essi costretti a cercare lavoro nelle fabbriche di mattoni o nell’agricoltura, ponendosi così alla dipendenza di datori di lavoro con immenso potere su di loro e che sanno che non potranno mai alzare la voce per chiedere diritti ad altri garantiti.

Stiamo però parlando di una pratica che, seb- bene fuorilegge è ancora diffusa, nonostante un impegno sempre più vivo della società civile e una pressione internazionale crescente. Come è possibile contrastarla con efficacia?

Occorre partire dal presupposto che la pratica del lavoro coatto (anche se sovente equivalente a schiavitù) è radicata nella tradizione e gestita da mediatori ('jamadar') che riforniscono i datori di lavoro di manodopera a basso costo. La società civile – sottolinea Hyacinth Peter – è impegnata a diffondere il più possibile informazioni che da un lato creino una coscienza nuova del fenomeno e dall’altro lo ostacolino nel suo sviluppo. Un impegno che, in molti casi, ha portato a buoni risultati dove i datori di lavoro-padroni sono stati costretti a riconoscere per i lavoratori il diritto a un salario minimo, assistenza medica, garanzie di orari e ambienti adeguati. Diversi individui e intere famiglia sono stati «liberati» per intervento della magistratura. Addirittura in alcuni distretti il governo ha avviato corsi informali per educare i figli dei lavoratori-schiavi. Tuttavia, molto resta da fare e gli abusi sono intollerabili.

Le minoranze religiose appartengono ai gruppi meno favoriti perché non hanno la possibilità di studi adeguati e anche quando vi riescono non hanno abitualmente la possibilità di far sentire la propria voce a livello politico, come pure di superare con conoscenze opportune o adeguati mezzi finanziari le barriere che impediscono l’accesso a impieghi meglio retribuiti... Questo esclude una discriminazione basata sulla religione?

No, ovviamente la miseria delle minoranze ha anche radici in una loro cittadinanza spesso percepita come di serie B. In diversi casi, abbiamo visto che le domande di lavoro di nostri correligionari sono state respinte a causa del nome che li identifica come cristiani. Io stesso – segnala l’attivista cristiano – sono stato vittima di questo sistema discriminatorio, quando la mia richiesta di accedere al servizio antidroga nazionale come consulente è stata respinta dal ministro allora responsabile. Eppure ero il primo in graduatoria.


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