martedì 30 gennaio 2018
Senza mezzi, senza partito, senza piani: Alekseij è il pifferaio magico del dissenso. Domenica ha portato in piazza migliaia di giovani non solo a Mosca ma in tutta la Russia
Alekseij Navalny ha guidato, domenica scorsa a Mosca, una manifestazione di protesta per boicottare le elezioni presidenziali del 18 marzo (LaPresse)

Alekseij Navalny ha guidato, domenica scorsa a Mosca, una manifestazione di protesta per boicottare le elezioni presidenziali del 18 marzo (LaPresse) - LaPresse

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La manifestazione autorizzata ma in periferia. I seguaci invece convocati nella centralissima e vietatissima via Tverskaja. Lui inseguito, scomparso, poi di colpo riapparso. La breve arringa al corteo, l’arresto, il rilascio. Con straordinaria puntualità, Alekseij Navalny, questa specie di Beppe Grillo di tutte le Russie, ha messo in scena il suo numero.

A Mosca, dove più gli preme per l’esposizione mediatica, ma anche in altre 115 città. Con meno seguito di un tempo ma con identica e impressionante estensione geografica. Tanto da giustificare i dubbi di chi non crede che fiuto e blog possano bastare per aprire e mantenere 85 uffici e radunare e coordinare un esercito di 200mila volontari. Ma per queste cose ci sarà tempo. Oggi vale la pena notare che Navalny è riuscito in una vera impresa: diventare l’unico populista al mondo per cui tutti, almeno fuori dalla Russia, fanno il tifo. Il blogger, infatti, non è un oppositore di Vladimir Putin. Non ne ha i mezzi né la statura politica. Non ha un partito, non ha un programma, non ha la più pallida idea di come si faccia a raccogliere consenso, come già si vide quando, nel 2013, corse da possibile vincitore per la poltrona di sindaco di Mosca contro l’odiatissimo Sobyanin.

Navalny, però, è bravissimo nel mobilitare il dissenso. Sono tutti ladri, la Russia sarebbe un paradiso senza di loro, truffano alle elezioni. Messaggio semplice ed efficace, soprattutto perché in parte vero, comunque credibile. Musica per le orecchie di una parte specifica della popolazione: i giovani, i russi nati nell’era Putin o poco prima, i ventenni di oggi, quelli che non hanno conosciuto i traumi della perestrojka né gli scossoni dell’era Eltsin, quelli che conoscono solo la stabilità un po’ grigia e pesante dell’attuale Cremlino. I loro genitori, per non parlare dei nonni, hanno accettato volentieri il patto putiniano: lasciate fare a noi e camperete meglio. Gli stipendi arriveranno ogni mese, i treni saranno puntuali, la Russia tornerà grande. Ma i ragazzi che ne sanno? Loro hanno conosciuto solo questo “meglio” e, com’è giusto, vogliono di più. Che cosa, esattamente, non sanno, e certo Navalny non si affanna con i particolari. Ma chi, a vent’anni o poco più, non ha voluto qualcos’altro rispetto alla realtà quotidiana? Ci si potrebbe anche chiedere: che cosa volete che importi a Putin, di tutto questo? Lui ha il potere, gli uomini, i mezzi. La gente lo vota, in parte non piccola lo apprezza e lo appoggia, tra due mesi (il 18 marzo) sarà eletto Presidente per la quarta volta e Navalny potrà solo stare a guardare, visto che una condanna per corruzione gli impedisce di candidarsi e di essere, nobilmente ma inevitabilmente, massacrato nelle urne.

E invece al Cremlino importa. Intanto perché, come si diceva prima, il gioco di prestigio di Navalny (violo le regole, mi faccio arrestare, non possono farmi nulla e intanto mi si vede in Tv) è tanto semplice quanto efficace: funziona sempre. Poi perché, non andando a caccia di consenso ma solo di dissenso, il movimento di Navalny è la quintessenza della liquidità politica. È inafferrabile, in un certo senso imbattibile.

Infine, e soprattutto, perché questi giovani, a gruppi di poche migliaia per volta ma presenti ovunque, da Mosca e San Pietroburgo alle grosse città minerarie della Siberia, alludono a un problema che, in ogni caso, andrà a tormentare il prossimo mandato presidenziale di Putin: quello della successione. Putin divenne primo ministro nell’agosto del 1999, è al vertice da allora e fino a oggi il sistema si è retto su di lui. Ha 65 anni, alla fine del prossimo giro presidenziale avrà solo 71 anni, nell’Urss e anche altrove si è visto ben altro. La questione non riguarda tanto la sua persona ma gli assetti politici di cui lui è garante.

Putin ha fatto uscire il Paese dall’emergenza (la Cecenia, la ribellione delle regioni, il terrorismo, lo sprofondo economico, lo strapotere degli oligarchi, l’emarginazione sulla scena internazionale, in un modo o nell’altro se n’è preso cura) ma non è mai davvero riuscito a farla entrare nella normalità. Le pressioni interne ed esterne hanno contato, ovvio. Ma un cambio di passo è tuttora atteso e i giovani che marciano dietro il pifferaio Navalny proprio a questo alludono. Sono, non dimentichiamolo, i figli della borghesia russa, i potenziali dirigenti di domani. I genitori votano per Putin, probabilmente. Ma il futuro è dei loro figli, che tra sei anni saranno ormai trentenni e vogliosi di contare.

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