giovedì 15 giugno 2017
«Sarà uno spartiacque». Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’Archivio Disarmo ed esperto di politica nucleare, è ottimista sui risultati della Conferenza Onu. Per due ragioni
Maurizio Simoncelli (Archivio Disarmo): «Si tratterà di uno spartiacque»

«Sarà uno spartiacque». Maurizio Simoncelli, vicepresidente dell’Archivio Disarmo ed esperto di politica nucleare, è ottimista sui risultati della Conferenza Onu. Per due ragioni. Primo, la messa al bando dell’arsenale atomico ha buone probabilità di essere approvata. «A sostenere il bando sono 123 Paesi, la maggioranza dell’Assemblea generale. E le decisioni, in questa sede, non necessitano dell’unanimità né i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza hanno diritto di veto. Dovrebbe ripetersi quanto avvenuto per il Trattato sul commercio delle armi (Arms Trade Treaty, Att), entrato in vigore nel dicembre 2014 e sinora firmato da 130 nazioni, anche se ratificato da sole 89», spiega Simoncelli. In secondo luogo, un eventuale divieto d’atomica non avrebbe un esclusivo valore simbolico. Sarebbe, al contrario – parafrasando quanto scritto da papa Francesco nel messaggio inviato all’Onu il 27 marzo, in occasione della prima parte del summit – «un passo decisivo nel cammino verso un mondo senza armi nucleari».

Eppure le potenze detentrici di armi atomiche sono determinate a tenersi stretti i loro arsenali. Senza la loro adesione non si rischia di mantenere lo status quo? Il divieto non si tramuterebbe solo in una dichiarazione di buone intenzioni?
Il punto di partenza è il Trattato di non proliferazione, approvato nel 1968. Questo consente a cinque Paesi – Usa, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna – di continuare a detenere armi nucleari, seppur con l’impegno a ridurle. Altre tre nazioni – India, Pakistan e Corea del Nord – che non hanno aderito al Trattato, posseggono, inoltre, arsenali atomici. La riduzione prevista è stato fatta con estrema lentezza, per cui dalle 70mila testate della Guerra fredda siamo passati alle attuali 15mila. Un numero più che sufficiente per distruggere il mondo. Ora ci troviamo di fronte a uno scatto ulteriore. La maggioranza degli Stati del mondo non si accontenta di un “equilibrio della paura”. Pertanto, vuole la totale eliminazione degli arsenali atomici. Dal punto di vista politico e morale, il bando sarebbe un prezioso strumento di pressione sui Paesi armati nuclearmente. Nel tempo, potrebbe spingerli a operare anche solo a un disarmo più veloce, un principio già sancito nel Trattato di non proliferazione. La recente storia ci ha insegnato che smettere di pungolarli non ha portato ai risultati attesi.

È probabile, dunque, che il cosiddetto “club atomico” cerchi di boicottare il bando. Che strategie potrebbe adottare per riuscirci?
Gli Stati Uniti sono i più attivi. Hanno già avviato una campagna per convincere alleati e partner a non sostenere il divieto, presentandolo come in contrasto con le politiche fondamentali della Nato sulla deterrenza. Per tale ragione, lo scorso 27 ottobre, Washington aveva chiesto di votare contro la convocazione del summit. L’Olanda, però, ha scelto l’astensione. E non è l’unico segnale di non compattezza del “fronte del no”. Lo scorso marzo, l’ambasciatore americano Haley ha organizzato una conferenza contro il bando a cui hanno partecipato solo una dozzina di rappresentanti di Paesi.

Ha citato l’astensione olandese. La stessa scelta l’hanno fatta in quell’occasione altri 12 Stati, tra cui tre potenze nucleari di rilievo: Cina, India e Pakistan. Che cosa significa?
Si tratta di un segnale non trascurabile in vista del nuovo voto. Nel linguaggio diplomatico, l’astensione è un posizione sfumata e, in un certo senso, possibilista rispetto alla proposta del divieto. L’Asia, in tal modo, sembra mandare un messaggio di speranza. Per di più, la Corea del Nord, impegnata in test missilistici e con un arsenale su cui non si hanno informazioni certe, ha votato a sorpresa a favore dell’attuazione della Conferenza.

Che ruolo può avere la società civile nell’adozione del bando?
Diverse Ong sono presenti a New York per sostenere il voto all’Onu. Da anni, la società civile si batte per la denuclearizzazione. Basta ricordare la “rete dei sindaci per la pace”, creata nel 1982 dall’allora primo cittadino di Hiroshima, Tareshi Araki: ora include 4mila città di 144 Paesi. O i “Parlamentarians for nuclear non proliferation and disarmament”. O, ancora, l’azione dell’International campaign to abolish nuclear weapons (Ican) e di Senzatomica. Proprio la pressione dell’opinione pubblica ha consentito di arrivare a questa Conferenza. Ora può contribuire a spingere i Paesi riluttanti a rinunciare a quest’arma di auto-distruzione di massa.

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