mercoledì 8 marzo 2017
La Chiesa scende in campo contro le retate del presidente Duterte. Primo sì dei deputati al ritorno del boia
Corteo contro la pena di morte a Qezon, Manila (Lapresse)

Corteo contro la pena di morte a Qezon, Manila (Lapresse) - LaPresse

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La Chiesa filippina conferma l’opposizione alla violenza per contrastare problemi radicati nel Paese e lo fa richiamando i valori cristiani ma anche agendo concretamente per proteggere le vittime della «guerra alla droga» voluta dal presidente Rodrigo Duterte. Da ieri percorre una strada ulteriormente in salita dopo che nella tarda serata il Congresso filippino ha approvato con 217 voti a favore contro 54 contrari il ripristino della pena di morte. Un risultato che sicuramente il Senato fedele a Duterte ratificherà. «La Chiesa nelle Filippine non ha nulla di personale contro Duterte. È semplicemente critica su questioni relative ai diritti umani, alla giustizia, al rispetto della vita, allo stato di diritto». Così due giorni fa padre Jerome Secillano, portavoce della Conferenza episcopale delle Filippine ha risposto agli attacchi contro la gerarchia cattolica, dipinta come «corrotta» e «colpevole di abusi» sessuali.

«Siamo certi – ha dichiarato Secilliano all’agenzia Fides – che la gente nutre ancora tanta fiducia nella Chiesa». Un mese fa, la lettera pastorale della Conferenza episcopale filippina letta in tutte le parrocchie, aveva evidenziato la profonda preoccupazione dei pastori «per le tante morti e omicidi nella campagna contro le droghe illegali. Un traffico che deve essere fermato, ma la soluzione non è nell’uccisione di sospetti utilizzatori e spacciatori». Sicuramente, non serve agli interessi del Paese l’imposizione di un «regno di terrore in molti luoghi dei poveri». A otto mesi dall’avvio, ci sono elementi che evidenziano l’inutilità della campagna che ha fatto almeno 7.500 vittime dallo scorso giugno, di cui solo 2.600 sono state riconosciute dalla polizia come dovute alla propria azione repressiva e le altre attribuite a iniziative extragiudiziarie.

Sono molti i filippini, soprattutto coloro che la tossicodipendenza la vivono in famiglia o nel vicinato, che ritengono l’impegno di Duterte male indirizzato. Come dimostra il fatto che dal blocco della campagna dovuto alla necessità di ripulire i ranghi della polizia dalle troppe «mele marce» portate allo scoperto da atti criminali che hanno coinvolto cittadini stranieri, lo spaccio e il consumo sono ripresi nelle aree più degradate della capitale. Qui dosi di metanfetamine in cristalli, costano meno di una pallottola e la dipendenza e la disperazione superano di slancio la paura.

Una situazione che non lascia indifferente gli operatori ecclesiali, attivi nella sensibilizzazione, ma anche nella protezione di individui a rischio. Come ha confermato al britannico The Guardian il sacerdote Gilbert Billena, passato da un sostegno condizionato alle manovre di Duterte a un impegno per le vittime a cui offre rifugio. Le sue iniziative sono parte di una rete di solidarietà che coinvolge parrocchie e famiglie, offrendo sicurezza a chi è esposto alla violenza, ma anche un sostegno immediato e, se possibile, un lavoro. A ridosso del Natale, hanno suscitato interesse le foto esposte all’esterno del Santuario nazionale di Nostra Madre del perpetuo soccorso a Manila, frutto dell’impegno notturno di fratel Jun Santiago che con reporter locali cerca di documentare gli effetti letali della «guerra» di Duterte perché, dice, «la gente possa conoscere quello che succede mentre dorme». Oltre a questo, il santuario ha avviato un programma di impegno legale e finanziario, di riabilitazione e altro a sostegno delle vittime e delle loro famiglie. Al programma partecipa attivamente padre Amado Picardal, che conosce bene la personalità di Duterte che, da parroco Davao per 16 anni, ha insieme subito e contrastato. Sacerdote e attivista per i diritti umani, imprigionato e torturato sotto la dittatura Marcos, la sua famiglia perseguitata, il sacerdote ha fatto parte anche della commissione che ha indagato sulle esecuzioni extragiudiziali nella città durante i ben sette mandati come sindaco dell’attuale presidente. Oltre un ventennio in cui Duterte ha elaborato e applicato metodi che ora ha portato a livello nazionale, contando sulla sua fama e sulla paura.

La classe politica va gradualmente spostandosi dalla sua parte per interesse o pressioni, mentre la società civile e la magistratura sono in rotta di collisione con il suo regime con effetti imprevedibili. Il presidente ha oggi un solo antagonista, la Chiesa: la sua gerarchia che ha mostrato di non volere lasciare il suo gregge in balia della violenza, i suoi pastori che si impegnano a livello di base a tenere viva una resistenza civile sulle trincee di moralità, legalità e compassione.

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