lunedì 8 maggio 2017
Con Macron i Lumi arrivano all'Eliseo. La sconfitta del bipolarismo rischia di portare al caos parlamentare con le elezioni legislative del mese prossimo
Il presidente eletto Macron con il presidente uscente Hollande stamani alla cerimonia per la festa della Vittoria nella Seconda Guerra Mondiale (LaPresse)

Il presidente eletto Macron con il presidente uscente Hollande stamani alla cerimonia per la festa della Vittoria nella Seconda Guerra Mondiale (LaPresse) - LaPresse

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«La Francia e il mondo si aspettano da noi la difesa dello spirito dei Lumi», proclama davanti alla Pyramide rutilante di luce Emmanuel Macron: una suggestiva silhouette in un tripudio di laïcité sulle note dell’Inno alla gioia, dove Schiller e Voltaire e un quid di sottile esoterismo si tengono per mano nel nome dell’Europa mentre la Francia tira un sospiro di sollievo. Eppure quel trionfo annunciato e tuttavia più clamoroso delle previsioni, non basta. Gli occhi dei più avveduti fra politici, analisti e strateghi elettorali guardano con preoccupazione alle elezioni legislative di giugno. La Francia uscita dal braccio di ferro fra l’antieuropeismo statalista e xenofobo di Bleu-Marine e l’ottimismo tecnocratico-liberale dell’enfant prodige Macron ha decretato la fine del bipolarismo e schiuso il vaso di Pandora del caos parlamentare che potrebbe derivarne.

Umiliati e sconfitti, i socialisti Hollande e i Républicains di Fillon cercheranno una rivincita alle elezioni per l’Assemblea Nazionale, dove molto probabilmente si affaccerà – a dispetto della Waterloo nel ballottaggio - anche il Front National. Come dire, un ribollente calderone con il quale il trentanovenne Macron dovrà subito fare i conti. Sarà dura per lui, che nei primi cento giorni di mandato già vuol varare un taglio di 10 miliardi di tasse ai ceti meno abbienti, l’abolizione della taxe d’habitation per l’80% delle famiglie e l’assunzione di migliaia di giovani nelle banlieue, ma anche di 5mila nuovi agenti per il controllo delle frontiere e 10mila poliziotti in più nell’organico nazionale.

Sarà dura, anzi durissima, perché Macron sa di non disporre di un apparato di partito come ce l’hanno invece i suoi alleati e i suoi avversari, ma solo di un’energetica start up che gli ha fatto vincere (ma come poteva perdere?) il secondo turno. E sarà dura anche perché nei sotterranei della vecchia politica (e vecchi sono i comunisti, la sinistra radicale di Mélenchon, gli stessi Républicains, per non dire del Front National), alligna una sorda paura della modernità, delle troppe concessioni all’Europa, della spoliazione delle prerogative dello Stato: in questo, sono un po’ tutti figli di Bleu-Marine, un po’ tutti – senza poterlo ammettere – sedotti dalla Grande Madre che ha perduto la battaglia dell’Eliseo ma ha messo a nudo una Francia lacerata e divisa dove il partito dell’astensione (in prevalenza composto da giovani) è il più eloquente atto d’accusa contro la vecchia politica, il vecchio establishment, la vecchia concezione colbertiana della macchina dello Stato. «A giugno si profila – dice sotto giuramento di anonimato un diplomatico a lungo attivo a Bruxelles – una replica perfetta degli umori del ballottaggio: come molti hanno votato Macron per fare argine alla Le Pen, così voteranno vecchi e sfibrati partiti per limitare l’autonomia di Macron all’Eliseo».

Ma soprattutto non vedremo dissolversi l’ondata populista-antieuropea a causa di una sconfitta elettorale che non poteva essere altrimenti: le due grandi anime dell’elettorato francese, europeisti liberali e nazionalisti con venature xenofobe continueranno ad esistere, a confrontarsi, a battersi anche aspramente. È da questa alchimia sociale che scaturiranno l’agenda politica e la fisionomia della Francia di domani, non più legata agli schemi partitici del passato, non più vincolata dalla contrapposizione fra progressisti e conservatori, fra destra e sinistra, bensì occupata a dare forma alle urgenze sociali che entrambe le anime – e con spiriti affatto diversi – reclamano.

Sotto traccia, i francesi restano in qualche modo figli di un bonapartismo che elegge nel candidato presidenziale un “sovrano” ideale, i cui poteri rispetto – per dire – a quelli del presidente americano sono assai più condensati nella figura dell’inquilino dell’Eliseo. Al quale, lo si ammetta oppure no, i francesi assegnano un ruolo protettivo (e latentemente taumaturgico – avrebbe detto Marc Bloch) cui non sanno e non vogliono rinunciare. Macron dunque sarà re e presidente insieme fin dalla scelta del suo premier. L’Europa sospira e respira: il tecnocrate dagli occhi blu dovrà rapidamente imparare a prendere le misure di Angela Merkel, ma ce la farà. Dopo l’Olanda, la Francia: l’onda populista va frangendosi in flutti inoffensivi, il temuto spettro che si aggirava per l’Europa appare oggi niente più che uno spauracchio ringhioso. E questa senza dubbio è l’autentica vittoria di Emmanuel Macron.

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