martedì 23 maggio 2017
Il giudice del tribunale locale, a cui era pervenuta la denuncia della loro situazione, ha chiesto l'intervento della polizia. Erano detenuti dal proprietario della fabbrica contro la loro volontà
Una fabbrica di mattoni in Pakistan (foto di archivio, Ansa)

Una fabbrica di mattoni in Pakistan (foto di archivio, Ansa)

Per una volta, il muro di omertà e connivenze che protegge lo sfruttamento della manodopera in Pakistan, è stato abbattuto. L’impegno di attivisti locali e l’attenzione, non inquinata dall’ideologia, dei giudici hanno portato nei giorni scorsi alla liberazione di 26 cristiani dal lavoro coatto in una fabbrica di mattoni di un villaggio presso Harappa, nella provincia pachistana del Punjab. Il giudice del tribunale locale, a cui era pervenuta la denuncia della loro situazione, ha ordinato la liberazione dei 26 lavoratori, di fatto detenuti dal proprietario della fabbrica contro la loro volontà.

Il 22 maggio la polizia ha fatto irruzione nella manifattura e liberato i 26 individui in base alla legge per “l’abolizione del lavoro forzato e schiavo del 1992”. Un’azione che il giudice ha promosso con procedura d’urgenza avendo stabilito che la vita dei lavoratori-schiavi, tra cui vi erano diverse donne e bambini, era a rischio.

Un dramma conclusosi in maniera positiva che, per contrasto, accentua la gravità della situazione dei tanti che in Pakistan si consegnano nelle mani di individui senza scrupoli, con poche speranze di affrancamento da doveri imposti e da una vita al limite della sussistenza: privi di diritti, a rischio di abusi e a volte anche vittime di crimini, ancor più esposti e vulnerabili se appartenenti a una minoranza religiosa.

Il 2 novembre 2014, due coniugi cristiani, Shahzad e Shama Masih, anche loro costretti a lavorare in una fabbrica di mattoni, sono stati al centro di una delle vicende più efferate nella pur lunga serie di violenze contro i battezzati in Pakistan. Il 26enne Shahzad e la 24enne Shama che vivevano all’interno della manifattura dove lavoravano in condizioni di sostanziale schiavitù con altri congiunti nell’area di Kasur nel Punjab, furono aggrediti, sequestrati per una notte e il giorno dopo umiliati pubblicamente e torturati prima di essere gettati – secondo diverse testimonianze ancora vivi – in un fornace. Una “sentenza” motivata, secondo le accuse arbitrarie, dal ritrovamento di frammenti di un testo, forse parte di un Corano, bruciato con altri rifiuti dalla donna. Una condanna senza appello eseguita da una folla aizzata contro di loro nonostante la donna, madre di tre figli, fosse incinta del quarto.
La vicenda non ha solo “innescato” un processo, conclusosi due anni dopo con la condanna a morte dei cinque presunti omicidi e l’assoluzione dei presunti mandanti della violenza contro i due cristiani per motivi di interesse, ma scoperchiato il dramma di centinaia di migliaia di schiavi, sfruttati da latifondisti, proprietari di manifatture o notabili ai quali, in molti casi, sono legati da debiti raramente estinguibili, spesso tramandati dai genitori ai figli.

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