venerdì 2 novembre 2012
​Sullo «Stato in bilico» per eccellenza pesa l’incertezza dei giovani fuggiti dal disastrato Paese latinoamericano. Tendono a sinistra, e potrebbero dare una spinta a Obama. (Elena Molinari)
Obama, favorito ma «zoppo» di Vittorio E. Parsi
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Dire Florida a un candidato alla Casa Bianca è come dire “finale dei mondiali ai rigori” a un tifoso. La brezza tiepida di Miami fa venire i sudori freddi anche al politico più collaudato. Ancora di più dal 2000 di Bush contro Gore in poi, quando lo Stato del sole è diventato sinonimo di sondaggi inaffidabili e di vittorie sul filo del rasoio. Florida è anche sinonimo di latinos, come qui si chiamano gli americani di origine sudamericana, e il fatto che compongano quasi un quarto degli elettori dello Stato non fa che aumentare l’incertezza. Soprattutto quest’anno. Si prenda ad esempio Belinda Santiago. Il suo profilo ne fa l’elettore in bilico per eccellenza nello Stato in bilico per eccellenza. Belinda è nata a Puerto Rico 22 anni fa. È quindi cittadina americana, ma con un’eccezione: come tutti i portoricani, non può votare per il presidente finché non si trasferisce in uno dei 50 Stati Usa. È esattamente quello che la giovane parrucchiera di Tampa ha fatto lo scorso anno, quando è andata a vivere in Florida, diventando l’incubo di ogni sondaggista. Come voterà? I portoricani, non avendo problemi di visti o permessi di soggiorno, non sono sensibili alle promesse di una politica più aperta per gli immigrati che di solito avvicinano i latinos ai democratici. La giovane non è certo ricca, ma come molti suoi co-isolani, ha molti parenti nella Florida centrale e non è quindi troppo preoccupata dai tagli ai servizi sociali per i poveri proposti dai repubblicani. Viene inoltre da una famiglia solida ed estesa ed è cattolica, e vorrebbe vedere maggiore rispetto a livello federale per la famiglia tradizionale. Voterà dunque per Romney? Ancora non lo sa. Ma quello che deciderà conta. In Florida ci sono altri 300mila portoricani come lei che per la prima volta andranno alle urne per scegliere il prossimo capo della Casa Bianca. Giovani, incerti, fuggiti da un’economia disastrata e dalla crescente violenza della loro terra natale in cerca di nuove opportunità, e desiderosi di far sentire la loro voce. I sondaggi mostrano che, indicativamente, tendono più a sinistra che a destra, e che potrebbero dare una spinta decisiva a Barack Obama, che in Florida negli ultimi quattro anni ha perso terreno e che, per non lasciare troppo al caso, non ha risparmiato risorse ed energie per attirare i portoricani sotto la grande tenda democratica. Il presidente ha fatto una visita storica a Portorico l’anno scorso, nell’ultimo mese ha battuto in lungo e in largo la Florida centrale, e si è fatto vedere il più spesso possibile in compagnia di due ex governatori dell’isola (il governatore attuale di Portorico si è invece schierato con Mitt Romney).Obama ha anche promosso alla Corte suprema la prima giudice donna portoricana: Sonia Sotomayor. Romney non può nominare giudici, ma ha passato altrettanto tempo stringendo mani e abbracciando bambini dalla pelle caffelatte in Florida del sud, la patria adottiva privilegiata dagli esuli cubani. Anche gli esuli del regime castrista sono infatti osservati speciali in queste elezioni. Al contrario della maggior parte degli altri sudamericani, gli immigrati cubani sono solidamente repubblicani – in percentuali più alte di qualsiasi altro gruppo sociale, etnico o demografico degli Usa. Poiché godono dello status privilegiato di rifugiati non appena approdano sulle coste statunitensi, anche per loro l’immigrazione è un tema poco significativo, e il loro anticomunismo li spinge in campo conservatore. Al loro interno, però, il Grand Old Party teme la componente di rischio delle nuove generazioni. «Prevedere come si comporteranno i giovani cubani è estremamente difficile – spiega, scuotendo la testa, Casey Klofstad, studioso di flussi elettorali all’Università di Miami –. Quando si registrano per votare, si definiscono «non-affiliati» o «indipendenti». In generale, l’elettorato ispanico della Florida non è mai stato così eterogeneo e incomprensibile come oggi».Nel 2008, Obama ha vinto lo Stato del sole con un margine del 2,8%, mentre a livello nazionale aveva distanziato il suo rivale John McCain del 7,3%. Quest’anno lo scenario è ancora più buio per il democratico, che appare testa a testa con Romney: 50 a 49%. E la colpa è sicuramente dei latinos, secondo Eduardo Gamarra, docente di studi latino-americani alla Florida International University e fondatore di una società di sondaggi, il Newlink group. «Fra gli ispanici in Florida, Obama gode solo del 51 per cento delle preferenze – spiega –, mentre a livello nazionale è attorno al 65». La risposta dei democratici è contattare quanti più possibile nuovi elettori come Belinda e aumentare la partecipazione al voto degli altri pilastri del partito: gli afroamericani, gli universitari e i liberi professionisti bianchi con un alto livello di istruzione. Alla fine però, come nel 2000, il 6 novembre in Florida sarà come una finale ai rigori: chi avrà più fortuna e i nervi più saldi si aggiudicherà la coppa.
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